di Enzo Maraio
Siamo alla quinta legge elettorale della Seconda Repubblica. C’è qualcosa che non funziona se, alla vigilia di ogni passaggio elettorale importante, torniamo a discutere delle regole con cui si vota. Proviamo a immaginare che accada nel calcio. Prima di ogni finale di Champions League cambiamo le regole: una volta il numero dei giocatori, un’altra la dimensione delle porte, un’altra ancora decidiamo quanto vale un gol. E immaginiamo che a scrivere le nuove regole sia proprio una delle squadre che deve scendere in campo. Ci sembrerebbe normale? Evidentemente no. Eppure in Italia rischiamo di fare esattamente questo con qualcosa di molto più importante di una partita di calcio: le regole attraverso le quali i cittadini scelgono chi li rappresenta. Ci spiegano che un premio di maggioranza servirebbe a garantire la stabilità. È un’illusione antica: pensare che un tecnicismo elettorale possa sostituire la buona politica. La stabilità non si fabbrica con una formula matematica. Si costruisce attraverso coalizioni credibili, programmi condivisi e una classe dirigente capace. C’è poi il tema dell’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio. L’Italia resta una Repubblica parlamentare e la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio. Si annuncia poi il ritorno delle preferenze. Se i capilista restano bloccati, una parte decisiva degli eletti continuerà a essere scelta dalle segreterie dei partiti e non dagli elettori. E resta aperta anche una questione di rappresentanza femminile, se proprio sui capilista non viene garantita l’alternanza di genere. Infine c’è il nodo forse più grave: quello delle firme. Per le forze politiche che non beneficiano delle esenzioni previste dalla legge, presentarsi in tutto il Paese significherebbe raccogliere circa 400 mila sottoscrizioni, senza neppure poter utilizzare pienamente gli strumenti digitali. Non è un dettaglio burocratico. È una disparità sostanziale tra chi è già dentro il sistema e chi prova legittimamente a entrarci. Torniamo allora alla nostra finale di Champions. Non soltanto cambiamo le regole poco prima della partita: decidiamo anche che alcune squadre possono entrare direttamente in campo, mentre altre, prima di arrivare sullo stesso terreno di gioco, devono affrontare una corsa a ostacoli. Le leggi elettorali non appartengono alla maggioranza del momento. Sono le regole comuni della democrazia. E proprio perché sono comuni dovrebbero garantire pluralismo, rappresentanza e pari condizioni di partecipazione. Noi socialisti chiediamo soltanto questo: poter giocare la nostra partita, presentare le nostre idee e consentire ai cittadini di decidere liberamente se premiarle oppure no. Per questo guardiamo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È garante, è l’arbitro migliore.



