Legge elettorale, ha ragione Maraio: ora tocca al Quirinale. Una brutta pagina per Parlamento e maggioranza

di Enzo Maraio

Ha ragione Enzo Maraio a richiamare l’attenzione sul ruolo del Quirinale, senza trasformare il Presidente della Repubblica in un protagonista dello scontro politico. È questo il punto più significativo della posizione assunta dal segretario nazionale di Avanti-PSI dopo l’approvazione della legge elettorale. Il Parlamento ha concluso il suo lavoro. La maggioranza ha esercitato i propri numeri e si è assunta la responsabilità politica di una riforma destinata a incidere profondamente sulle regole della rappresentanza. Una brutta pagina per il Parlamento e per la maggioranza, soprattutto per il metodo seguito e per le questioni costituzionali che restano aperte. Cambiare la legge elettorale non è come approvare un qualsiasi provvedimento di governo. Significa intervenire sulle regole attraverso le quali i cittadini scelgono i propri rappresentanti. Regole che dovrebbero nascere da un confronto ampio, non essere percepite come uno strumento nelle mani di chi governa. Siamo arrivati alla quinta legge elettorale della Seconda Repubblica. Un primato poco invidiabile, che racconta l’incapacità della politica di trovare un equilibrio duraturo tra governabilità e rappresentanza. Le questioni sollevate da Maraio sono concrete. Il premio di maggioranza, la mancata garanzia della parità di genere, l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio e, soprattutto, le condizioni imposte alle formazioni politiche per partecipare alle elezioni. Il tema delle firme è particolarmente delicato. Portare da millecinquecento a seimila le sottoscrizioni richieste per collegio, mantenendo esenzioni per alcune forze politiche, pone una questione che non può essere liquidata come una protesta dei partiti minori. Riguarda l’uguaglianza delle opportunità nella competizione democratica. Una democrazia deve garantire la possibilità di partecipare, non soltanto quella di vincere. E la forza delle istituzioni si misura anche dalla capacità di tutelare chi non dispone già di una rappresentanza parlamentare. Adesso lo sguardo si rivolge al presidente Sergio Mattarella. Non per chiedergli un intervento politico, né per attribuirgli responsabilità che appartengono al Parlamento. Il capo dello Stato eserciterà, in piena autonomia, le prerogative che la Costituzione gli riconosce in sede di promulgazione. Il Quirinale non è una seconda Camera e non può essere chiamato a correggere ogni scelta controversa della maggioranza. Ma è il luogo nel quale trovano la loro più alta garanzia l’equilibrio costituzionale e il rispetto delle regole fondamentali. Maraio pone dunque una questione che supera i confini del suo partito. Il problema non è stabilire chi possa trarre vantaggio dalla nuova legge, ma comprendere se le regole garantiscano davvero a tutti condizioni eque di partecipazione. Il Parlamento ha fatto la sua scelta. La maggioranza dovrà risponderne politicamente. Ora tocca al Quirinale, nel rigoroso rispetto della Costituzione. Senza tirare Mattarella per la giacca, ma ricordando che le regole della democrazia appartengono a tutti, non soltanto a chi dispone dei numeri per cambiarle.

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