Legge elettorale. È il tempo della serietà

di Lorenzo Cinquepalmi

Al netto di alcuni aspetti che presentano consistenti profili di incostituzionalità, primo tra tutti l’incongruo innalzamento del numero delle firme da raccogliere per presentare le liste quando non si è rappresentati in Parlamento, è difficile affermare con sicurezza che il centro destra si sia confezionato una legge elettorale su misura, perché la soglia del 42% dei voti complessivi alla coalizione per far scattare il premio di maggioranza, sulla base dei sondaggi attuali che misurano le intenzioni di voto, vede l’attuale maggioranza di governo al di sotto dell’asticella, e il potenziale schieramento delle opposizioni al di sopra. La somma algebrica delle intenzioni di voto di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, in questa settimana, totalizzerebbe un 41%, con tutte le più ovvie riserve sul rapporto tra algebra e politica, mentre mettendo insieme i gradimenti delle forze politiche che dichiarano di voler aderire a una coalizione elettorale di centrosinistra, ovvero Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra, Italia Viva, +Europa e Avanti PSI, si raggiunge un 44,8% a cui bisogna aggiungere il Progetto Civico Italia e Uno più Uno, non ancora censiti nei sondaggi. Con una soglia per il premio di maggioranza fissata al 42% è chiaro che le prospettive sembrano più favorevoli alle opposizioni. È, tuttavia, davvero più apparenza che sostanza, perché al di fuori delle due colonne ci sono: Azione, pesata al 3,1% e le altre liste, stimate intorno al 3,3%, tra le quali, appunto, anche Progetto Civico Italia di Onorato, che viene valutato capace di raccogliere uno 0,5% e la lista Uno più Uno di Ruffini e Gabrielli, quotata tra 0,3 e 0,5%, due nuove e per ora piccole liste, decisamente orientate a trovare spazio nella coalizione di centrosinistra. Avanti PSI sta lavorando da tempo a un’aggregazione delle forze di centro sinistra diverse da PD, M5S e AVS; è un’area che ha il potenziale di superare la soglia di sbarramento anche senza il contributo di Italia Viva, che sarebbe il perno naturale dell’area ma il cui leader, Matteo Renzi, ha finora dimostrato più interesse ad annettere che a federare. In questo modo nega a forze i cui elettorati sono oggettivamente omogenei l’opportunità di evitare la raccolta firme e, soprattutto, di creare una forza parlamentare efficace, esponendo sé stesso al rischio che Italia Viva non acceda neanche al ripescaggio previsto dalla nuova legge elettorale per la migliore delle liste che non raggiungono il 3%. Quello della raccolta firme è un ostacolo oggettivamente ostico, salvo gli auspicati e prevedibili correttivi della Corte Costituzionale su una norma clamorosamente illegittima e discriminatoria, ma anche su questo un contributo importante viene da Avanti PSI. Infatti, è alla Festa Nazionale dell’Avanti! di Campobasso che prende forma la prospettiva di concretizzare una quarta forza del centro sinistra: Magi e Onorato dichiarano di essere pronti a impegnarsi, Tabacci e Mastella esprimono interesse, e Conte dichiara che il suo partito aiuterà a raccogliere le firme, e si impegna a distaccare i parlamentari necessari per ridurre il numero di sottoscrizioni necessario, visto che la legge ne richiede di meno a chi abbia rappresentanza parlamentare pur non avendo il gruppo. Ma a rendere Avanti PSI veramente centrale è il suo essere partito, per quanto piccolo, con il suo inestimabile patrimonio politico, che comprende anche la capillare rete territoriale di Federazioni, Sezioni e amministratori locali. Il consolidarsi della quarta lista riformista nel centro sinistra dovrebbe condurre naturalmente Italia Viva a farne parte, così come fu nel 2024 con Stati Uniti d’Europa. Insieme l’Alleanza riformista potrebbe addirittura contendere ad Alleanza Verdi Sinistra il ruolo di terza forza della coalizione. Chi pare voler restare fuori davvero dai due schieramenti sono Azione e Futuro Nazionale, Calenda e Vannacci. Personaggi assai diversi tra loro e dichiaratamente incompatibili. Eppure, la sensazione è che stiano facendo la stessa scommessa. Infatti, l’esecrata somma algebrica delle forze che non trovano albergo nei due schieramenti contrapposti, potrebbe non essere poi così lontana da quel fatidico 16% dei voti che esclude tutti dal conseguimento del premio di maggioranza e disegna un parlamento eletto su base solo proporzionale, in parte con le preferenze, nel quale il sostanziale pareggio del centrodestra e del centrosinistra imporrebbe di provare a costruire una maggioranza parlamentare svincolata dalle appartenenze con cui si affronterà la campagna elettorale. Un lavoro nello stile della prima repubblica, nel quale Calenda e Vannacci immaginano di far pesare i loro eletti che, proprio per la mancata attribuzione del premio di maggioranza, sarebbero tutt’altro che pochi: il primo potrebbe arrivare a una quindicina di deputati e sei o sette senatori, il secondo potrebbe poter contare su trenta / quaranta scranni a Montecitorio e quindici/ venti a Palazzo Madama. Del resto, Vannacci deve la sua attuale tumultuosa fortuna proprio all’essersi messo in una posizione analoga a quella in cui aveva prosperato Giorgia Meloni fino al 2022: fuori da tutto, facendo bandiera di una diversità strutturale. “Anche se tutti, noi no!” cantavano e cantano i ragazzi nostalgici della Repubblica Sociale che non hanno mai conosciuto, e che Vannacci così spesso evoca più per marketing che per reale conoscenza. Quella alterità, nel clima disorientato e di crisi che viviamo oggi, è la via più promettente per non farsi stroncare in culla dal sistema, oggi rappresentato proprio dalla diversa di ieri, dalla sedicente underdog issata sulla poltrona di capo del governo, cioè da Giorgia Meloni, il cui bisogno si assimilare e digerire Vannacci è evidente. Meno evidente, forse, ma concreta è la presenza di componenti del centro destra, soprattutto in Forza Italia, insofferenti verso l’autoritarismo vannacciano, che però, potendo essere creduto un atteggiamento più che una concreta prospettiva politica, alla fine verrebbe tollerato di fronte all’opportunità di restare al governo. Come si vede, in questa commedia delle miserie, in cui la capacità di fare politica vera sembra smarrita tanto a destra quanto a sinistra, quello della legge elettorale pare più un pretesto che un tema: la Consulta limerà i due o tre aspetti più spinosi: il numero abnorme delle firme a sostegno delle liste di chi non è in parlamento, forse i capilista bloccati, la previsione della presentazione lo stesso candidato in cinque diversi collegi proporzionali, la dimensione del premio di maggioranza fisso e non progressivo. Ma quale che sia la legge elettorale, i partiti farebbero bene a concentrarsi sulla politica. Per dare un’idea: il massimo dei deputati che una coalizione può ottenere con il premio di maggioranza, è fissato dalla nuova legge in 220. Con la legge precedente il centro destra, alla Camera, ha eletto 237 parlamentari: 118 di Fratelli d’Italia, 65 della Lega, 45 di Forza Italia e 9 di Noi Moderati e aggregati. Cioè 17 di più di quelli che potrebbe mai aspirare ad avere con la nuova legge. Forse sarebbe tempo di parlare di cose serie.

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