EUROPA IN RIVOLTA

di Giada Fazzalari

È un momento difficile, per l’Europa. In Francia il debito pubblico è ormai su livelli “italiani”, e a farne le spese sono l’istruzione e la sanità. Sono settimane che gli studenti francesi stanno mettendo a ferro e fuoco le principali città, e ovviamente a spingerli non è soltanto la cattiva gestione dell’istruzione pubblica, ma un’economia che rallenta e un’immigrazione che troppi, in Francia, sentono come insostenibile. Immaginare all’Eliseo Marine Le Pen non è più un’eresia, purtroppo. In Germania, come sappiamo, il centro è ai minimi storici. Secondo gli ultimi sondaggi, i due perni della democrazia tedesca post-nazista – la Cdu e l’Spd – sono rispettivamente al 20% e al 13% dei consensi. Un dato storico, che va analizzato con freddezza e senza catastrofismi, ma che per ora destabilizza le “famiglie” riformiste e moderate d’Europa. In Spagna il governo Sanchez è caduto dopo la bocciatura in parlamento dei provvedimenti atti a calmierare il caro-affitti e le speculazioni immobiliari. Anche lì, come in Francia, decine di migliaia di persone stanno protestando, e Sanchez non ha potuto far altro che rassegnare le dimissioni. Pure in Italia ci sono rivolte, ma se ne parla poco. Si parla poco, per esempio, della rivolta degli agricoltori calabresi, che a migliaia stanno protestando contro il caro-gasolio, sia pure con una civiltà davvero encomiabile. In tutto questo, abbiamo gli Usa – in fibrillazione per le elezioni di midterm – che stanno disinvestendo sulla difesa europea, e la Russia che sta alzando il livello dello scontro con Paesi europei quali la Germania, l’Estonia e la Polonia. E abbiamo un quadro economico globale molto problematico, nel quale l’Europa è in affanno sia sul fronte dell’innovazione tecnologica, sia sul fronte del manifatturiero (pensiamo all’ex Ilva di Taranto, o all’automotive tedesco, riconvertito spregiudicatamente in industria bellica). È un’Europa in rivolta, dunque; dove ad avvantaggiarsi sono i partiti estremisti, populisti, razzisti, demagogici, che hanno risposte facili per domande complesse. La parabola discendente di Macron fa capire come il centrismo riformista regga ormai malamente di fronte a un’opinione pubblica spaventata, impoverita, attanagliata da allarmismi mediatici, carovita, inflazione, basso potere d’acquisto e incertezze sul futuro. La gente, dalla Sassonia alla Castiglia, preferisce promesse palingenetiche a soluzioni gradualiste e ragionevoli. La realtà è questa. Terminata l’iniezione di liquidità del Pnrr, anche in Italia – chiunque governerà – il livello dello scontento popolare crescerà, e certo la soluzione non potrà essere l’aumento del debito pubblico, perché i grandi Paesi europei tutto potranno permettersi tranne che una tempesta speculativa sui mercati finanziari. I riformisti sono in difficoltà in ogni dove, e questa Europa autunnale in rivolta potrebbe essere la prova generale di una stagione piena di conflitti, caos, disordini, soluzioni populiste e irrealistiche che non faranno che aggravare la situazione. Gli Usa di Trump e la Russia di Putin stanno facendo di tutto per disgregare l’Europa, e chi soffia sul fuoco del malcontento – da Vox a Farage, da Afd a Mélanchon – non fa altro che assecondare i disegni convergenti di Washington e Mosca. Il nostro sogno è un’Europa forte, coesa, responsabile, concretamente riformista, popolare ma non populista, depurata dalle spregiudicatezze e dalle derive liberiste del riformismo europeo di governo degli ultimi trent’anni, da Blair a Macron.

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