di Stefano Amoroso
Suona, suona orchestrina, cantava Paolo Conte in una delle sue più celebri canzoni. Anche se lo spettacolo, che nel testo è lo spogliarello di un’odalisca, lascia a desiderare, ed il pubblico non è certo quello delle grandi occasioni. Ma tu suona, orchestrina, fai il tuo mestiere ed allieta il pubblico con le tue note e i tuoi ritmi. Una sorta di “show must go on”, lo spettacolo deve continuare, de noantri, comunque vada. Una legge universale, anche quando l’orchestra in questione è una delle più prestigiose d’Europa, ovvero quella del Teatro La Fenice di Venezia, e l’istituzione che la dirige è una delle massime espressioni culturali del Paese. E anche se lo spettacolo poco piacevole, in questo caso, è quello della lite tra l’orchestra in questione ed il suo ex direttore, Beatrice Venezi. I fatti sono noti: dopo una nomina quanto meno affrettata e sicuramente non condivisa come Direttore d’Orchestra, la Venezi, stretta amica di Giorgia Meloni, è stata fatta oggetto del più clamoroso ed evidente caso di sfiducia personale da parte dei suoi collaboratori: gli orchestrali della Fenice hanno firmato petizioni, fatto ricorsi, promosso scioperi ad oltranza, lanciato manifesti e raccolto firme. Tutto contro la povera raccomandata Venezi, che non sarà magari la migliore direttrice d’orchestra del mondo, ma non sembra neanche il mostro di Firenze. Alla fine, dopo lunghi mesi di tira e molla, tra denunce e contro denunce, la Venezi ha rilasciato un’intervista ad un quotidiano argentino, dicendosi per nulla stupita dall’atteggiamento di una buona parte dell’orchestra visto che, oltre ad una chiara matrice ideologica (leggasi: comunista), i promotori della rivolta avrebbero anche una notevole propensione al nepotismo. Anzi, la traduzione dell’originale spagnolo parla espressamente di “posti da orchestrale ereditati di padre in figlio”. Ora, come si possano “ereditare” dei posti di lavoro che si assumono solo per concorso pubblico, lo lasciamo intuire ai nostri perspicaci lettori. La reazione rabbiosa di tutta l’orchestra della Fenice, e l’inevitabile licenziamento della Venezi da Direttore d’Orchestra, non hanno spento la polemica. Anzi, ci sono chiari segnali che fanno supporre che ne vedremo, e leggeremo, ancora di tutti i colori. Non sappiamo se questo scontro tra presunti raccomandati di destra e possibili nepotisti di sinistra sia proprio quello che i leader dei due schieramenti avevano in mente quando parlavano di lotta per “l’egemonia culturale”. Sta di fatto, comunque, che ne escono malridotti entrambi. Segno che forse l’amichettismo, la raccomandazione e la tentazione a truccare i concorsi a favore di parenti ed amici, sono abitudini diffuse in ogni strato della società italiana e molto coltivate, nonostante i tentativi di negare l’evidenza, sia tra gli ex comunisti che tra i post fascisti. Gli effetti di questa mancanza di selezione, che dovrebbe essere basata unicamente sul merito, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: la letteratura contemporanea italiana ha più autori che lettori, le università si svuotano, i teatri chiudono ed il cinema italiano, un tempo noto in tutto il mondo per la sua capacità di creare, innovare ed intrattenere, è in caduta libera. E infatti, non appena si è ridotto il flusso di denaro pubblico a favore dell’ottava arte, immediatamente si sono ridotti i titoli in uscita ed il cinema italiano ha smesso di produrre opere degne dell’attenzione del pubblico: quest’anno non avremo nessun titolo italiano selezionato per il Festival di Cannes, e l’anno prossimo, molto probabilmente, non ci sarà nessuna pellicola italiana candidata ai premi Oscar a Los Angeles. Succede, quando l’egemonia culturale diventa oligarchia, circolo chiuso, stanche pratiche e riti celebrati in stanze in cui entra poca luce e soprattutto non circola aria fresca di novità. Facendo così, però, si fa torto ai tanti giovani e meno giovani di talento che avrebbero molto da dire, scrivere, cantare e recitare, pur non vantando parentele nel settore, né pesanti sponsor, pubblici o privati, alle spalle. Un paradosso evidente, soprattutto nell’epoca dei talent show che affollano i palinsesti delle nostre reti televisive generaliste, ma anche i tanti concorsi che, dall’ultima provincia alle città più importanti, si sforzano di scovare, incoraggiare e segnalare, al pubblico ed all’industria della cultura e dell’intrattenimento, i tanti talenti nascosti di cui il Paese abbonda. Suona, suona orchestrina: e speriamo che arrivi presto una nuova alba.



