Quando il lavoro si trasformò da condanna in orgoglio

di Lorenzo Cinquepalmi

Furono gli americani, lavoratori del Paese di Trump, a scegliere il Primo Maggio come giorno in cui tenere una grande manifestazione per la giornata di otto ore lavorative. Era la fine dell’ottocento. Gli americani avevano scelto la data in cui ricorrevano gli anniversari di un grande corteo di protesta contro le disumane condizioni di lavoro imposte dal capitalismo della rivoluzione industriale, seguito da repressioni di polizia culminate nella rivolta di Haymarket, avvenuta a Chicago nel 1886: una bomba gettata in mezzo a lavoratori e attivisti anarchici riuniti in piazza aveva innescato una sparatoria da parte della polizia; bomba e spari avevano provocato una strage a cui era seguita la repressione ancora più feroce. Il fascino di quella data magica dilagò in pochi anni in tutto il mondo industrializzato e poi ovunque. Già in prossimità dell’alba del Novecento, De Amicis poteva dire che non vi era più “cittadino di paese civile, a qualunque classe o condizione sociale appartenga, che aprendo gli occhi la mattina del Primo Maggio non volga i suoi pensieri sul nuovo significato che questa data ha assunto nel mondo”. È il lavoro che assume un significato nuovo e diventa un ideale: non è più una pena attraverso cui emendarsi dal peccato originale e guadagnare il paradiso in un’altra vita, ma lo strumento del riscatto per la millenaria razza degli ultimi. Non più l’occasione figlia della sorte che poteva permettere a qualcuno, ogni tanto, di evadere dalla condizione disperata che condivideva coi suoi simili, ma una dinamica collettiva capace di incidere in modo organico su di una struttura sociale rimasta immutata per secoli, indifferente alle rivoluzioni borghesi che pure avevano profondamente alterato gli equilibri dell’ancien regime. Negli stessi decenni in cui la borghesia dà la sua impronta all’Europa e all’occidente, tra le moltitudini del lavoro manuale, proprio grazie alla contaminazione con le frange più idealiste del ceto borghese, comincia a germinare la coscienza di poter essere di più che una massa indistinta di individui e di poter fare del lavoro, esaltato dalla coscienza di classe, il carattere unitario e unificante capace di renderli, finalmente, interlocutori delle altre classi sociali. La consapevolezza di quanto grande potesse essere l’ideale di giustizia sociale, di riduzione delle disuguaglianze, di progresso, che viene dall’aver trasformato il lavoro da condanna in orgoglio, è il motore che ha spinto le enormi conquiste sociali del Novecento, la stagione della storia in cui, nell’arco di pochi decenni, l’umanità ha cambiato la sua condizione cento, mille volte di più che nelle centinaia e centinaia di secoli trascorsi da quando l’uomo aveva conquistato la posizione eretta e cominciato a sperimentare la vita sociale. Ed è nell’affievolirsi della consapevolezza che solo il lavoro possa essere la religione laica delle masse che vanno cercate le cause della perdita di vigore del progresso, dello spaventoso incremento della povertà, dell’inversione del corso di tutti gli indici che per più di un secolo hanno scandito la marcia degli ultimi verso un destino migliore. La risacca della loro indifferenza andrebbe scossa come più di un secolo fa faceva lo stesso De Amicis: “E diciamo al lavoratore: bada, a questo grande movimento sociale che si svolge in tuo favore non basta che tu assista con animo favorevole. Tu lo devi aiutare. Il primo impulso alla redenzione del lavoro deve venire da te”. Questo è il messaggio che oggi a troppi orecchi suona ormai come un vuoto rituale, smorzando la fede nel connubio tra lavoro e redenzione. Senza la forza combinata della passione e dell’esempio, i tanti che chiamano la gente nelle piazze per il Primo Maggio non riusciranno a restituire a questo simbolo la potenza della sua stagione più feconda: la società rifluisce sotto la spinta del feroce egoismo capitalista e la spinta non è più arginata dal pensiero riformista e socialista. Nel nome del Primo Maggio, del lavoro, dell’eguaglianza: ricominciamo a pensare. Ricominciamo a elaborare strategie di contenimento e di compensazione della forza debordante dell’accumulazione. Troviamo una chiave contemporanea per declinare oggi le lezioni riformiste della socialdemocrazia. Mostriamoci capaci di svincolarci dal freno che l’apparente invincibilità della grande ricchezza impone alle ambizioni e ai sogni di chi vorrebbe una società che non lascia indietro nessuno, libera da ogni paura, da ogni bisogno, da ogni ingiustizia. Torniamo a impugnare gli splendenti garofani rossi del Primo Maggio.

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