di Antonio Tedesco
Sono passati trent’anni dalla morte di Mario Zagari e il Comune di Roma lo ha ricordato dedicandogli un viale a Villa Ada. Un’iniziativa importante che omaggia un uomo che ha speso la sua esistenza per la causa europeista in uno stretto intreccio con l’impegno per la causa socialista. Chi ha conosciuto Mario ricorda il suo carattere umano e gentile. Chi ha condiviso con lui le battaglie ricorda la coerenza e la passione di chi intende la politica come una vocazione. Lo studioso, invece, rileva soprattutto l’originalità e l’attualità del suo pensiero. Mario si era avvicinato alla politica quando poco più che adolescente cercava nuovi orizzonti al fascismo. Giovanissimo collabora con la rivista avanguardista «Camminare…», fondata da Alberto Mondadori, espressione del cosiddetto “fascismo di sinistra”, chiusa dal regime perché considerata un covo di formiche bolsceviche. Dopo la laurea in Giurisprudenza diventa assistente volontario in economia corporativa. Studia il clearing e i mercati europei e si forma sui testi di Cabiati, Robinson e Keynes (su quei testi si era formato anche Ernesto Rossi), collaborando con il professor Giovanni Demaria, docente che verrà espulso dall’università nel 1942 perché prefigurava «la nascita di un grande mercato europeo unico». Significative le esperienze come borsista all’Università di Berlino, dove stringe amicizia con tre futuri partigiani: Ugo Natoli, Giuliano Vassalli e Mario Fioretti e dove si rende conto dell’orrore del nazismo. Mario sembrava destinato ad una brillante carriera ma ben presto il fascismo gli chiude le porte dell’università. Poi, con l’entrata in guerra al fianco di Hitler, viene inviato a combattere con gli alpini sul fronte occidentale, in quell’infame attacco alla Francia già stremata. In quei frangenti, come ricorderà Giuliano Vassalli, Mario matura la decisione di impegnarsi attivamente contro il fascismo, per il socialismo e per gli Stati Uniti d’Europa. Trasferito nel 1942 all’ufficio censura a Roma riesce a dare vita ad un’organizzazione clandestina, “I socialisti rivoluzionari”, insieme a suo cugino Leo Solari, Giovanni Barbera, Achille Corona, Tullio Vecchietti e Antonio Borgoni. Entra in contatto con Eugenio Colorni, sin da quando il filosofo europeista si trovava confinato a Melfi. Entrambi sostengono la necessità di impegnarsi per cambiare, con una spinta popolare dal basso, l’assetto europeo diviso in Stati sovrani. Nell’agosto del 1943, partecipa al congresso fondativo del Psiup. Porta avanti con intransigenza le sue idee, entrando in contrasto con Nenni (che lo definisce “giovane turco”) e con i vertici del partito. In cima ai suoi pensieri la questione istituzionale e la politica europeista. Alla vigilia della liberazione di Roma, quando Colorni viene assassinato dai fascisti della banda Koch, tocca a lui riconoscere la salma al Verano e soprattutto raccoglierne l’eredità politica. Sostenitore di un’Europa dei popoli, da deputato all’Assemblea costituente contribuisce in modo decisivo alla formulazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, articolo che trova la sua base feconda nel superamento delle chiusure nazionalistiche. Contrario all’intesa politica ed elettorale con i comunisti, costituisce la corrente di “Iniziativa socialista”, ed è tra i principali artefici della dolorosa “scissione di Barberini”. Tuttavia, la sua spinta federalista non trova spazio nel partito di Saragat, il Psli. Spinge per federare il frammentato socialismo democratico italiano, contribuendo alla nascita del Psu nel 1949. Un’esperienza che dura poco tempo: le pressioni dell’Internazionale socialista portano alla fusione con il Psli e alla nascita del Psdi. Deluso dalla linea filo governativa – e dai magri risultati elettorali – del partito guidato da Saragat si dedica soprattutto al Movimento dei Socialisti per gli Stati Uniti d’Europa e alla direzione del periodico «Sinistra europea». Poi, quando il Psi riacquista uno spazio politico autonomo e abbraccia la politica europeista, si riavvicina a Pietro Nenni che gli affida il Centro studi del partito. Torna in parlamento e diventa un esponente di primo piano nei governi di centro-sinistra. Sottosegretario agli esteri, primo socialista ad assumere il ministero di grazia e giustizia, Mario è l’artefice della riforma carceraria italiana. Da ministro del commercio incontra Chou-En-Lai contribuendo alla stipula nel 1971 del primo trattato di commercio italo-cinese. Pochi anni dopo viene eletto Vicepresidente del Parlamento europeo sfiorando, per una manciata di voti, la presidenza nel 1979. Deputato a Strasburgo per due legislature, è stato a lungo presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo. Rilevante il suo impegno per l’allargamento della comunità economica europea e per la revisione dei trattati istitutivi. Sul fronte socialista, pur guardando con preoccupazione al rinnovamento del Psi, è in sintonia con Craxi sul piano internazionale e sulla spinta europeista del suo governo. Negli anni Ottanta lancia l’idea di un’assemblea costituente per predisporre la carta costituzionale della nuova Europa. Vicino alle posizioni di Delors su “l’Europa sociale”, Mario Zagari rappresenta, con il suo impegno lungo oltre mezzo secolo, una delle figure più lungimiranti della costruzione e della difesa delle istituzioni democratiche del nostro Paese e della spinta italiana per l’unità europea.



