Se la guerra è solo un brutto Grand Guignol

di Stefano Amoroso

Trump è un Berlusconi che non sa raccontare barzellette, né conosce il vero significato della parola “ironia”. Circondato dalla sua strampalata corte Maga di adulatori e servi ubbidienti, tra un fine settimana a Mar-a-lago (ormai ribattezzata “War-a-lago”) e tediosi pomeriggi alla Casa Bianca, sempre in lotta contro la naturale tendenza alla siesta post prandiale, lotta spesso persa, almeno a vedere le numerose foto e video che lo riprendono con gli occhi chiusi o le palpebre calanti, mentre intorno a lui si celebra qualsiasi cosa che non sia anche solo vagamente di sinistra, Trump somiglia sempre più ad un monarca irascibile ed imprevedibile, in preda a deliri e scatti d’ira di gravi proporzioni, che generano effetti involontariamente grotteschi. Se non ci fosse da piangere, in effetti, si potrebbe solo ridere di un Presidente degli Stati Uniti che sta fornendo montagne di lavoro agli autori satirici di tutto il mondo. La Presidenza degli Stati Uniti d’America, un tempo circondata da un alone di rispetto, venerazione ed anche, almeno per i nemici, di sacro terrore, ora sembra un set sempre aperto di uno dei tanti reality a cui Donald J. Trump, prima di diventare Presidente, partecipava, recitando la parte di sé stesso e diventandone sempre, volente o meno, il protagonista. Purtroppo per noi, tuttavia, il 2026 è iniziato all’insegna del bellicismo trumpiano: Venezuela, Groenlandia, Minneapolis, ed ora Iran. Le minacce si sono tramutate in tragica realtà ed hanno mietuto vittime, anche innocenti come per le strade di Minneapolis, in Minnesota, per mano della famigerata Ice, o dai cieli iraniani per opera delle Forze Armate statunitensi. Solo in Groenlandia, grazie ad un approccio da parte danese ed europea che ha combinato sapientemente diplomazia, deterrenza militare, fermezza della popolazione groenlandese e coordinamento con l’opposizione interna agli Usa, si è potuto (finora?) evitare un confronto militare sanguinoso. Però anche laddove si è combattuto, purtroppo non solo verbalmente, ed ancora scorre il sangue, come in Medio Oriente, la tragedia di questa guerra non riesce a separarsi dalla dimensione dello spettacolo. È come assistere ad una rappresentazione del teatro dell’orrore, tipo Grand Guignol, ma ribaltata: non è una finzione macabra che pretende di essere realtà, ma il suo esatto contrario. Frasi del tipo “questa notte un’intera civiltà verrà spazzata via”, detta da Trump per accompagnare l’ultimatum agli iraniani, quando in realtà già si era capito che i negoziati sarebbero continuati per intere settimane, è realmente servita al Presidente americano ed alla causa del mondo libero contro uno dei regimi più oppressivi del mondo? O non ha messo piuttosto l’America, Israele ed i loro alleati in una posizione scomodissima, ovvero quella di chi minaccia cose terribili, che poi non riesce a mettere in pratica? Oltre a far apparire gli ayatollah massimalisti, ed i pasdaran torturatori, come vittime dell’oppressione straniera? La potenza di un Paese, soprattutto se ha le dimensioni ed ambizioni degli Stati Uniti, non si è mai misurata solo con il numero di navi da guerra, aerei da combattimento, pezzi di artiglieria e, più recentemente, testate nucleari possedute: è sempre stata, anche e soprattutto, il frutto della capacità di tessere alleanze anche con Paesi e culture lontane, di creare convergenze ed esercitare il cosiddetto “soft power” ben oltre i propri confini. Quel “potere dolce” che ha plasmato il mondo intero per almeno tre generazioni, e che ha visto l’Occidente, e soprattutto gli Stati Uniti d’America, vincere sui propri nemici innanzitutto per la capacità di essere inclusiva, tollerante, motivante, superiore sia sul piano morale che materiale. Chi non desidera essere libero, in fondo? E chi non sogna di essere messo in condizione di realizzare i propri sogni solo sulla base del proprio talento ed impegno? Questo è quello che si chiama “sogno occidentale” e, più specificamente, “sogno americano”. Che non ha eguali tra le grandi potenze: infatti non esiste né un sogno russo, né un sogno cinese, e neanche indiano o brasiliano, che siano paragonabili a quello americano. Se, però, oltre alle crisi economiche che hanno segnato la storia recente degli Stati Uniti, e che hanno reso oggettivamente molto più difficile realizzare i propri sogni solo sulla base dei propri mezzi e capacità, si aggiunge anche un Presidente imprevedibile, guerrafondaio e probabilmente affetto da demenza, beh, allora il sogno rischia di tramutarsi in un terribile incubo.

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