L’ERA NEOCOLONIALE

di Giada Fazzalari

Ottant’anni dalla nascita dell’Onu sono una ricorrenza storica che fa riflettere su un presente impietoso dal punto di vista geopolitico, e non solo. Nel 1945, dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, l’Onu nacque con una promessa ambiziosa e necessaria: salvare le future generazioni dalla guerra. Affermare l’uguaglianza sovrana degli Stati. Promuovere diritti e sviluppo. E proprio oggi, una ricorrenza nella ricorrenza: il 10 gennaio del 1946 a Londra si tenne la prima assemblea Generale dell’Onu: gli Stati erano 51, l’Italia con De Gasperi chiese di essere riammessa nella comunità internazionale (cosa che avvenne dieci anni dopo); tra i membri prevaleva un senso di profondo sollievo: c’era una consapevolezza lucida della fragilità della condizione umana e sociale – molti Stati avevano vissuto direttamente bombardamenti, occupazioni, esili – ma la guerra era finita da poco e l’Onu era un argine al ritorno della catastrofe della guerra. Se guardiamo a quel mondo e a quello di oggi, ci rendiamo conto che il mondo sta per scivolare verso una nuova forma di colonialismo, meno visibile, non dichiarata, mascherata in tanti modi, ma non meno pervasiva. La comunità internazionale uscita dalla guerra aveva, per reazione alla brutalità delle dittature fasciste, il feticcio dell’altruismo. Gli slogan di oggi, da America first a M. A. G. A. sono, invece, il manifesto dell’egoismo e dell’indifferenza rispetto al malessere altrui. Del resto, la nuova accettazione della guerra di aggressione come compatibile con l’appartenenza alla comunità internazionale, sta cantando il de profundis all’organizzazione internazionale nata sulla promessa di una condanna assoluta e unanime degli aggressori. Significa che quel progetto era sbagliato? Certo che no. Significa che il potere economico è riuscito a indebolire la democrazia occidentale abbastanza da far perdere ai cittadini il senso dell’interesse collettivo per la solidarietà tra i popoli, nonché la memoria degli orrori scaturiti in passato dall’indifferenza per la condizione dei più deboli. I valori della carta delle Nazioni Unite, tuttavia, non sono né superati né perduti: essi sono ben presenti negli atti fondativi dell’Unione europea e da questo bisogna ripartire per tenere viva, nel mondo, una voce capace di alzarsi contro la prepotenza degli Stati neocoloniali. Dall’Ucraina alla Groenlandia, dal Taiwan al Venezuela, alla Palestina e Cisgiordania, senza dimenticare l’imperante colonialismo economico di Russia e Cina in Africa, per accaparrarsi le risorse di quel continente, il rifiuto della prepotenza, del vilipendio del diritto delle Nazioni, deve essere affermato con intransigenza, per la nostra libertà, oggi, e per quella di tutto il mondo, domani. Gli Stati europei non hanno più la dimensione per essere grandi potenze, ma l’Europa sì. E soprattutto ha la dimensione culturale per essere la patria mondiale del giusto. Un ruolo a cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare.

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