di Rocco Romeo
La sicurezza con cui Donald Trump afferma che Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky vogliano un accordo di pace appare, a un’analisi politica rigorosa, meno rassicurante di quanto sembri. Non perché la pace non sia auspicabile – lo è sempre – ma perché la volontà di pace, in politica internazionale, non coincide quasi mai con la possibilità concreta di realizzarla. Trump ragiona da negoziatore: per lui i conflitti sono squilibri da correggere, transazioni da chiudere, dossier da archiviare. È una visione coerente con il suo approccio alla politica estera, ma che rischia di sottovalutare la natura profonda della guerra in Ucraina: non un conflitto contingente, bensì uno scontro strutturale sugli assetti di potere globali. Dal punto di vista russo, Vladimir Putin non combatte soltanto per territori o confini, ma per riaffermare un ruolo imperiale, per respingere l’avanzata politico-militare dell’Occidente e per ridefinire le regole del sistema internazionale nato dopo il 1989. In questo quadro, la pace è accettabile solo se certifica un nuovo equilibrio favorevole a Mosca. Sul fronte opposto, Volodymyr Zelensky è vincolato a una duplice pressione: quella interna, di un Paese aggredito che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane e distruzione, e quella esterna, di alleati occidentali che sostengono Kiev ma ne condizionano le scelte. Un accordo che implichi concessioni territoriali rischia di essere politicamente insostenibile. In questo scenario, la pace evocata da Trump appare più come una semplificazione elettorale che come una strategia diplomatica definita. Non basta che le parti vogliano la pace: serve un quadro multilaterale credibile, garanzie di sicurezza e una ridefinizione degli assetti regionali. È qui che si colloca la posizione del segretario nazionale del Partito Socialista Italiano, Enzo Maraio, che ha più volte sottolineato come il sostegno all’Ucraina non possa tradursi in un’accettazione passiva di una guerra permanente. La linea socialista rifiuta tanto la resa quanto l’escalation senza prospettiva, indicando nella diplomazia e nel ruolo delle istituzioni internazionali l’unica via praticabile. Il punto politico centrale resta l’assenza dell’Europa, priva di una voce autonoma e di una reale capacità di mediazione. Eppure proprio l’Europa dovrebbe farsi promotrice di un processo di pace fondato sul diritto internazionale. La verità è che tutti parlano di pace, ma pochi sono disposti a pagarne il costo politico. Trump può dirsi sicuro. La politica, quella vera, impone invece cautela. Perché la pace non è un annuncio: è una costruzione lenta, imperfetta, che richiede visione e responsabilità storica.



