ASCOLTATELI

di Giada Fazzalari

Non ce la fanno più. E così hanno deciso di bloccare un pezzo del Paese. In Puglia manifestano con presidi e blocchi di mezzi agricoli e tir in diverse zone, specialmente nel foggiano. In Calabria e Basilicata, tra blocchi stradali e rallentamenti vicino a snodi viari importanti, manifestano ad oltranza. Sono autotrasportatori, agricoltori, pescatori, che manifestano spontaneamente contro il rincaro dei carburanti che li stanno letteralmente mettendo in ginocchio. I presidi aumentano di giorno in giorno ed una risposta chiara, da parte della politica – maggioranza e opposizione – non è ancora arrivata. Soltanto un anno fa non si sarebbero mai sognati di inscenare una protesta così dirompente, eppure, oggi si trovano tutti per strada, esasperati. Il gasolio oltre i due euro è solo la miccia, sotto c’è una filiera in cui chi produce e chi trasporta incassa sempre meno, mentre la grande distribuzione fa il prezzo e si tiene margini che il piccolo agricoltore neppure se li sogna. Il governo ha risposto convocando le associazioni il 27 ottobre, cioè undici giorni dopo l’esplosione della rabbia (le proteste a macchia di leopardo erano iniziate giorni prima) e senza chi è in strada. Le associazioni sì, gli agricoltori che manifestano spontaneamente no. È la stessa logica che a Taranto ha prodotto l’ennesima cassa integrazione per l’ex Ilva al posto di un serio piano industriale. Quello che chiedono e serve, sono risposte strutturali, non bonus una tantum. Un prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli, tassazione degli extraprofitti energetici per tagliare le accise sul gasolio professionale. E una politica che smetta di trattare il Mezzogiorno come la zavorra del paese. Sarebbe disonesto addossare tutte le colpe all’attuale governo: il prezzo del gasolio dipende in gran parte da fattori internazionali, la guerra Usa – Iran ha avuto e avrà gli effetti disastrosi, e per molti mesi, a livello globale. Sulle imprese che usano il gasolio, la spesa delle famiglie e i conti pubblici. Ma un governo fa scelte politiche e i tempi, spesso e mai come adesso, sono fondamentali. Bisogna dare risposte e bisogna farlo subito. Michele Cannarozzi, olivicoltore di Carpino nel Gargano, che abbiamo raggiunto al telefono dopo una dimostrazione dirompente davanti alle telecamere – aveva gettato per terra l’olio che lui stesso aveva prodotto in segno di protesta – è esasperato e rischia di voler mollare: “Sono un giovane agricoltore. Rappresento tanti ragazzi del mio territorio che hanno scelto di investire nell’agricoltura, di costruire il proprio futuro qui, nella nostra terra. Ma oggi ci stanno togliendo la possibilità di andare avanti – ci dice con voce spezzata -. Le olive sono già cadute, lui e altri agricoltori e olivicoltori sono per strada, invece che tra i campi dove più passa il tempo, più rischiano di perdere tutto”. “Quando abbiamo iniziato a manifestare pacificamente a Carpino, è successo qualcosa che non dimenticheremo mai: la nostra gente è scesa in strada. Ci ha guardato negli occhi, ci ha sostenuto e ci ha dato la forza di non mollar, dopo quattro notti e cinque giorni di presidio, sostenuti anche dagli autotrasportatori. Non lo abbiamo fatto per gioco, né per creare disagi. Lo abbiamo fatto perché non sapevamo più come far sentire la nostra voce” rimarca Michele all’Avanti! della domenica, affiancato dal suo amico e agricoltore Rocco Romagnolo. “La cosa che mi fa più male è pensare agli operai che lavorano con me: uomini, padri di famiglia, persone che hanno figli da mantenere e bollette da pagare. Se questa situazione non cambia, molti di loro rischiano di restare a casa. Noi non vogliamo elemosinare aiuti. Noi vogliamo lavorare! – aggiunge-. Vogliamo tornare nei nostri campi, raccogliere le nostre olive, portarle nei frantoi e vendere il nostro prodotto a un prezzo che ci permetta di coprire i costi e vivere dignitosamente. Siamo pronti a portare la nostra voce a Roma, senza bandiere di partito ma con la voce di un popolo che non ce la fa più. Perché quando si ferma l’agricoltura, si ferma tutto. Al Governo, alla Regione, alle istituzioni e a chi ha la responsabilità di decidere diciamo una cosa semplice: ascoltateci, Non stiamo chiedendo di vivere senza lavorare. Stiamo chiedendo di poter vivere del nostro lavoro. Perché la nostra terra è la nostra vita” – ha concluso Michele. Eccoli lì, dunque, questi agricoltori, autotrasportatori, olivicoltori, pescatori. Per strada a manifestare e non nei loro campi. Non chiedono assistenzialismo, ma di poter tornare a fare il proprio lavoro. Con dignità. Ascoltiamoli, ascoltateli.

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