di Stefano Amoroso
L’ anno che sta per terminare è stato difficile, ma quello che viene sarà ancora peggio”. Questo ha dichiarato la presidente Meloni e, per una volta, possiamo concordare perfettamente con lei. Il nuovo anno si apre con 56 conflitti armati in corso nel mondo, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, sommando guerre civili, conflitti internazionali ed insurrezioni. Se consideriamo che ci sono attualmente dei conflitti congelati (come a Gaza) ma per nulla terminati ed anzi in procinto di riprendere da un momento all’altro, ed altre guerre sull’orlo di esplodere, come quelle tra Cina e Taiwan e tra Usa e Venezuela, abbiamo il quadro di un mondo assai instabile e bellicoso. Se non bastassero i conflitti armati, poi, ci sono quelli commerciali: gli Stati Uniti, nel 2025, hanno imposto dazi a mezzo mondo, ricevendo come risposta altri dazi e sanzioni. Ci sono poi le sanzioni europee contro la Cina, e la dura risposta di quest’ultima. I (pochi) tentativi di aprire le frontiere e liberalizzare i commerci, come quello tra Ue e Mercosur, che è l’alleanza commerciale dei Paesi più importanti dell’America Latina, sono stati duramente osteggiati da alcune forti lobbies europee, come quella degli agricoltori, timorosi di perdere i piccoli e grandi privilegi che sono derivati loro dalla creazione della Politica Agricola Comunitaria (PAC) e chiusi rispetto alla concorrenza dei produttori ed allevatori sudamericani. Inutile, almeno finora, cercare di rassicurarli, spiegando che l’agricoltura e l’allevamento sudamericani non sono destinati a soppiantare quelli europei, e che nessuno desidera un esito del genere: al contrario, allargare con saggezza il mercato creerà solo più opportunità per tutti. Cronache di una globalizzazione che, per parafrasare il poeta latino Giovenale, viene lodata da tutti, ma muore di freddo: perché, molto banalmente, nessuno la vuole far entrare in casa sua. Un mondo che commercia di meno (lo dicono le statistiche internazionali) è più povero, più fragile ed esposto ai conflitti. Per un’economia fortemente vocata al commercio internazionale (siamo diventati il quarto esportatore del mondo) come quella italiana è una pessima notizia ed una tendenza da contrastare con tutte le forze. E invece. A causa dei sovranisti in salsa tricolore, sbarriamo la strada agli accordi di libero commercio, come quello con il Mercosur, non ci opponiamo ai dazi ed investiamo in armi: dunque puntiamo allo sviluppo dell’industria bellica, trainato dalla spesa pubblica. Spesa pubblica che, tuttavia, non può crescere facilmente, gravati come siamo dal nostro storico, e pesante, debito pubblico. Se davvero la nostra premier avesse così tanto a cuore le sorti dell’industria nazionale e la difesa del made in Italy, invece di accettare passivamente la deriva protezionista internazionale, dovrebbe battersi come una leonessa a difesa della globalizzazione e della pace. Ci si sarebbe aspettato di vederla trascorrere molto tempo tra Washington (sede del governo americano e del Fondo Monetario Internazionale), New York, dove si trova il Palazzo di Vetro, Bruxelles e Pechino. Invece, nulla più di alcune trasferte istituzionali e frasi di occasione. In chiave interna, la manovra di bilancio non ha riservato grandi sorprese: le solite bastonate ai pensionati, bancomat sempre aperto per i governi di qualsiasi colore politico, l’indegno furto ai danni dei poveri lavoratori che avevano versato dei fondi extra per riscattare gli anni della laurea, e che verranno ripagati dall’Inps allungandogli l’età pensionistica (così imparano a fidarsi delle istituzioni, poveri idioti) ed un bel condono come premio per chi, invece, si è comportato da vero italiano: fregandosene delle regole e delle norme edilizie, e costruendo dove e come riteneva più opportuno. A questo punto non si capisce cosa aspetti la destra a modificare l’articolo 1 della Costituzione in questo modo: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e sull’abuso edilizio”. Così, almeno, verrebbe messo nero su bianco e nessuno potrebbe dire di non saperlo. L’anno che verrà sarà anche quello del referendum sulla separazione delle carriere. E qui si sparigliano le carte: giustizialisti (sia di sinistra che di destra) contro garantisti e persone di buon senso. I primi sostengono che si tratti di una riforma inutile e punitiva: che almeno si mettano d’accordo e leggano le frasi di un grande torturatore come l’Inquisitore Tomas de Torquemada, che diceva che nessuna punizione di un eretico è inutile o fine a sé stessa, perché “serve a preservare la Fede e la purezza della Fede, che sono la salvezza. Chi non segue la Fede è eretico e nemico della Corona”. In pratica, ti torturo perché devo, non perché mi piace. E lo faccio per il tuo bene, anche se tu non mi ringrazi. Sostituite la parola “rogo” con “prigione” e capirete come mai ci siano ogni anno, mediamente, mille persone a cui lo Stato infligge una tortura ingiusta e spesso neanche risarcita: parliamo di quelli che vengono incarcerati da innocenti. E nemmeno dicono grazie. Buon anno nuovo a tutti.



