di Francesco Di Lorenzi
Come ogni fine legislatura della seconda repubblica che si rispetti, sono cominciate le grandi manovre, più o meno sotterranee, per mettere mano alla legge elettorale, con l’evidente obbiettivo di sfruttare ogni possibile tecnicismo per ottimizzare la resa in termini di risultati. Allarmata dalla possibile perdita di molti importanti collegi, dove un “campo largo” unito e plurale potrebbe essere un rivale assai ostico, Giorgia Meloni e i suoi più fidati collaboratori si sono immediatamente messi in moto per rendere la partita più agevole, come da buona tradizione di famiglia; intendiamoci, sappiamo bene che questa usanza tutta italiana di modificare le regole del gioco a pochi minuti dall’inizio della partita è stata abusata da coalizioni di ogni colore politico e che, dal 1994 in poi, ogni legge elettorale è risultata peggiore della precedente, tuttavia non possiamo neanche dimenticare che il centro-destra a trazione sovranista ammorba da anni l’opinione pubblica sulla sua incontestabile e piena legittimazione popolare ed elettorale, salvo poi usare qualsiasi espediente per perpetuare quel “governismo” che tanto si contestava al centro-sinistra. Gli ultimi rumors dei ben informati parlano del solito ibrido che tenga insieme una sorta di proporzionale, per ottimizzare la probabile performance da primo partito di Fratelli d’Italia, ma di coalizione e con la presenza di collegi plurinominali, condita con un abbondante premio di maggioranza allo schieramento in testa che raggiunga almeno il 40% dei consensi e che si porterebbe a casa un bel bottino da circa il 55% dei seggi. Insomma una sorta di moderna legge Acerbo di fascista memoria, tanto per rinfrescare l’album degli orrori di famiglia. Il tutto per evitare l’incubo meloniano di un pareggio o di una vittoria del centro-sinistra al Senato, come paventato da diversi istituti di ricerca. Ciò che colpisce, ripetiamolo, non è tanto il metodo, comune a tutta la classe politica degli ultimi trent’anni, bensì la totale assenza di una riflessione sul tema fondamentale dell’enorme astensionismo di massa e di come una legge elettorale adeguata possa contribuire a rendere il fenomeno meno profondo, aiutando e favorendo in qualsiasi modo la partecipazione democratica. Neanche mezza parola sul voto digitale e per corrispondenza (in Germania nelle elezioni del 2001 ha scelto questa modalità il 47% degli aventi diritto), al fine di favorire i tanti giovani lontani dai propri luoghi di residenza, sul potenziamento del voto a domicilio per aiutare anziani e malati, sull’estensione dei luoghi deputati ad ospitare i seggi, sul voto anticipato presidiato o sulla possibilità di votare in altro seggio e così via. Niente di niente, solo il nauseante carico di demagogia e di lacrime di coccodrillo il giorno di qualsiasi tornata elettorale, sempre meno espressione della volontà popolare e sempre più occasione per perpetuare le rendite di posizione di una classe politica autoreferenziale. Noi socialisti siamo favorevoli a qualsiasi provvedimento concreto che aiuti a combattere l’astensionismo e crediamo, da sempre, che un sistema elettorale proporzionale puro e con le preferenze, sia la soluzione migliore per garantire rappresentanza, partecipazione e possibilità di scelta degli elettori. Qualche numero per rinfrescare la memoria; nelle tanto citate elezioni politiche del 1992, quelle in cui, secondo una certa narrazione, gli italiani erano sotto le catene di una sorta di regime partitocratico e corrotto, i votanti furono l’87,35% degli aventi diritto, la somma dei partiti di area governativa raggiungeva un numero di consensi che nessuna coalizione della seconda repubblica raggiungerà mai più. I socialisti confermavano praticamente i voti della precedente tornata elettorale e partiti come il repubblicano ed il liberale, da lì a pochi mesi spazzati via dopo oltre cento anni di storia, addirittura aumentavano i propri consensi. Non perché il proporzionale fosse perfetto, sappiamo bene come la breve durata media dei governi fosse, per esempio, uno dei limiti principali di quel sistema, tuttavia garantiva con efficacia la rappresentanza delle tante anime politiche e culturali su cui si fonda il nostro Paese; l’Italia non ha una radicata tradizione bipolare e men che meno bipartitica per cui necessita di una legge elettorale che garantisca la pluralità dei suoi orientamenti e delle sue specificità. Pensare di eliminare con un tratto di penna tradizioni antiche e radicate come quelle socialiste, liberali, repubblicane e popolari ha portato ad un deficit di rappresentatività del sistema che nessuna coalizione della seconda repubblica è più riuscita a colmare. La democrazia è, in primis, partecipazione popolare ed i socialisti saranno sempre in prima linea per tutelare, salvaguardare e migliorare il funzionamento dei meccanismi che tutelano e garantiscano le nostre libertà, senza pensare al tornaconto di oggi ma guardando sempre “Avanti!”.



