Garantismo, dubbio e verità: perché il caso Garlasco parla a tutti noi

di Enzo Maraio

Sul caso di Alberto Stasi noi socialisti abbiamo sempre mantenuto una posizione chiara: rispetto assoluto per la magistratura, per la memoria di Chiara Poggi e per il dolore della sua famiglia, ma anche convinzione che il dubbio, in uno Stato di diritto, non possa mai essere considerato un fastidio da rimuovere. Per anni il caso Garlasco è stato raccontato come una vicenda chiusa. Eppure, nel tempo, sono rimaste aperte contraddizioni, interrogativi, perplessità tecniche e investigative che hanno continuato ad attraversare l’opinione pubblica e il dibattito giuridico. Non è giustizialismo chiedere chiarezza. Non è delegittimare le sentenze domandarsi se tutto sia stato davvero chiarito fino in fondo. E’, al contrario, esercitare fino in fondo la cultura democratica del garantismo. C’è infatti un punto che spesso viene rimosso nel dibattito pubblico: parlare di un singolo caso non significa sostituirsi ai giudici. Significa interrogarsi sul funzionamento complessivo della giustizia, sui limiti delle indagini, sul peso delle prove scientifiche, sul rapporto tra pressione mediatica e processo, sul valore della presunzione di innocenza e persino sul significato costituzionale della pena. I grandi temi civili passano quasi sempre da casi concreti. E’ accaduto con Enzo Tortora, trasformato da Marco Pannella e dai socialisti, in una battaglia nazionale sul garantismo e sugli errori giudiziari. E proprio nei giorni dell’anniversario della scomparsa di Pannella viene naturale pensare che una figura come la sua avrebbe probabilmente portato il caso Stasi fin dentro il Parlamento, facendone una questione di civiltà giuridica e di libertà. Perché garantismo significa affermare che il dubbio deve avere cittadinanza democratica. Significa ritenere che la libertà personale sia un bene troppo prezioso per essere sacrificato in presenza di ombre ancora così rilevanti. Oggi, alla luce dei nuovi sviluppi investigativi sul delitto di Garlasco, questa esigenza appare ancora più forte. L’evidente accelerazione delle indagini dimostra che la ricerca della verità non può mai considerarsi conclusa quando emergono nuovi elementi. E allora la questione non riguarda soltanto Alberto Stasi. Riguarda il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Riguarda la credibilità della giustizia. Riguarda l’idea stessa di Stato di diritto. Per questo continuiamo ad auspicare che ogni elemento venga chiarito fino in fondo, senza pregiudizi e senza paure. E nelle more di questi accertamenti, riteniamo che debba prevalere un principio di umanità giuridica e di prudenza democratica: quando il dubbio torna a essere così forte e concreto, non si può ignorare il tema della libertà personale. Uno Stato forte non teme la revisione critica dei propri errori. La teme, semmai, uno Stato che confonde la giustizia con l’infallibilità.

Ti potrebbero interessare