La fuga dei cervelli è una evacuazione sociale

di Domenico Oliva

Ci ostiniamo ancora a chiamarla “fuga dei cervelli”, quasi fosse un fenomeno elegante, accademico, persino fisiologico. Ma la verità è molto più dura e molto più umiliante. Quella che sta vivendo la Calabria non è una fuga dei cervelli, è una evacuazione sociale; una terra intera si sta svuotando dei suoi figli migliori nel silenzio generale della politica, delle istituzioni e spesso persino dell’informazione nazionale, troppo impegnata a guardare altrove mentre il Sud perde pezzi di futuro ogni giorno. Basta entrare in una stazione ferroviaria, in un aeroporto o visitare alcuni paesi dell’entroterra per capire cosa sta accadendo davvero. Serrande abbassate, case vuote, scuole che chiudono, giovani assenti, piazze popolate quasi soltanto da anziani. Poi c’è quel silenzio che è quello più grave, il silenzio della rassegnazione. Secondo l’Istat, il Mezzogiorno continua a perdere popolazione giovane in modo costante, mentre la Calabria registra uno dei peggiori saldi migratori e demografici d’Italia. Non servono grandi studi sociologici per capire che una regione intera sta lentamente invecchiando impoverendosi. Tuttavia il dramma vero non è solo numerico ma anche qualitativo perché non stanno partendo soltanto braccia, stanno partendo competenze, energie, idee, professionalità. Partono medici, infermieri, ingegneri, informatici, ricercatori, tecnici specializzati; tutti ragazzi che spesso hanno studiato nel meridione grazie a famiglie che hanno fatto sacrifici enormi; giovani formati da scuole e università pubbliche, che poi si “regalano” ad altri. Vengono donati non solo a Milano o a Bologna ma anche a Berlino, a Londra, a Madrid. Si inseriscono in sistemi economici che funzionano meglio del nostro mentre continuiamo a discutere di nomine, poltrone, clientele, sottogoverno e propaganda. Svimez da anni ripete una verità che dovrebbe far tremare qualunque classe dirigente degna di questo nome: il Sud sta perdendo capitale umano qualificato a ritmi devastanti. In pratica il Mezzogiorno investe nella formazione dei giovani e poi altri territori ne raccolgono i frutti economici. È un suicidio intellettuale collettivo mascherato da normalità. Le nostre università rischiano di diventare enormi “fabbriche di emigranti qualificati”. Medici che cureranno pazienti tedeschi o spagnoli mentre negli ospedali calabresi mancano specialisti. Si formano infermieri che scappano appena possono perché immersi nella precarietà, tra stipendi insufficienti e strutture al collasso mentre la politica regionale continua a raccontare favole. Favole sul rilancio, sui fondi europei, sulla crescita, sui giovani più in generale. Secondo la Fondazione Gimbe, la Calabria continua a essere tra le regioni con la più alta mobilità sanitaria passiva d’Italia; migliaia di cittadini sono costretti a farsi curare fuori regione perché il sistema sanitario locale non riesce a garantire risposte adeguate. Praticamente i pazienti scappano assieme ai medici, agli infermieri, a tutti quei giovani che hanno una visione chiara ed obiettiva del loro futuro mentre chi resta deve convivere con liste d’attesa infinite, pronto soccorso sovraffollati, territori interni abbandonati e servizi sanitari che sembrano sopravvivere più per eroismo del personale che per reale organizzazione politica. La Corte dei Conti ha più volte evidenziato ritardi infrastrutturali, incapacità di programmazione, inefficienze nella gestione delle risorse e squilibri territoriali profondissimi eppure nulla cambia davvero, si continua con la politica degli annunci, delle inaugurazioni simboliche, delle conferenze stampa, mentre la vita reale dei cittadini peggiora. Ormai è chiaro che in Calabria il merito non basta e questa è la realtà che più spaventa un giovane; un ragazzo capisce che studio, sacrificio e competenze potrebbero non essere sufficienti, allora inizia a guardare altrove e quando intere generazioni guardano altrove, con grande disinteresse e disillusione verso la politica, una terra muore lentamente. In fondo sappiamo tutti che questa non è retorica ma è ciò che vediamo ogni giorno. Figli costretti a lasciare genitori anziani, famiglie divise da migliaia di chilometri, paesi che d’inverno sono città fantasma mentre d’estate si riempiono per poche settimane di emigrati che tornano quasi da turisti nella loro stessa terra. Questa, sicuramente, è l’immagine più amara della Calabria moderna; una regione bellissima che già sopravvive soltanto come luogo delle vacanze o dei ricordi tra mille contraddizioni. Purtroppo la politica regionale e nazionale continua troppo spesso a premiare fedeltà invece di competenze, appartenenze invece di capacità, equilibri interni invece di visione strategica. I giovani, contrariamente a quanto si vuol far credere, non cercano lusso, privilegi o solo divertimento ma semplice normalità; treni funzionanti, ospedali efficienti, stipendi dignitosi, meritocrazia, prospettive vere; soltanto un luogo dove sentirsi cittadini e non sudditi di un sistema immobile e quasi feudale. Quanto può sopravvivere una terra che continua a perdere la sua parte migliore è una domanda che si sta estinguendo. Senza giovani, senza competenze e senza speranza non esiste rilancio turistico, non esiste Pnrr, non esiste propaganda capace di salvare davvero la propria identità. Ci stiamo abituando a tutto ciò senza una vera rivoluzione culturale e di mentalità, senza una rivolta che non sia fatta di fucili e bombe ma di coscienze sveglie, cultura, dignità e coraggio. Una rivoluzione capace di abbattere l’indifferenza, non le città che sono quelle veramente da salvare. Il recente richiamo del Presidente Mattarella sul tema delle disparità territoriali secondo cui la sanità non può funzionare a macchia di leopardo, soprattutto nelle aree interne, e che bisogna evitare che i giovani vadano all’estero servirà a qualcuno dei nostri politici?

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