Emergenza giovani tra violenza droga e manipolazione social

di Francesco Merico

La nostra società oggi si trova davanti ad una questione urgente: quella del rapporto tra minorenni, disagio sociale ed uso dei social network. Gli episodi recenti non possono essere liquidati come semplici fatti di cronaca, ma devono essere letti come segnali di una crisi più profonda, che riguarda il tessuto sociale, educativo ed economico del Paese: il più eclatante quello del tredicenne che in provincia di Bergamo ha accoltellato la sua insegnante, scuotendo profondamente l’opinione pubblica. Non si tratta di un gesto isolato, ma del sintomo di un disagio che cresce nel silenzio tra solitudine, fragilità emotiva e mancanza di strumenti adeguati per affrontare il conflitto. La scuola, sempre più trascurata, diventa così il luogo in cui esplodono tensioni che nascono altrove: nelle famiglie in difficoltà, nei territori impoveriti, in una società che fatica a includere ed incanalare i più giovani in un percorso di vita. Un altro esempio che ci viene fornito dalla cronaca recente è il diciassettenne arrestato a Perugia a fine marzo 2026 con l’accusa di terrorismo, per aver pianificato una strage in una scuola – ispirandosi al celebre massacro della Columbine High School del 1999. Qui emerge con forza il ruolo dei modelli culturali e della loro diffusione incontrollata attraverso i social: l’emulazione, la spettacolarizzazione della violenza e la costruzione di identità distorte trovano spazio fertile in contesti dove mancano alternative concrete e comunità educanti solide. Se ne trova riscontro su un altro fronte drammatico, ovvero quello delle droghe ed in particolare oggi il fentanyl, che in luoghi come il bosco di Rogoredo diviene lo strumento della morte di tanti ragazzi. Ma non è solo una questione di sicurezza o repressione poliziesca: è il risultato di un vuoto sociale e di una marginalità crescente dove lo stato arretra ed avanzano il mercato illegale e la disperazione, così più giovani e fragili diventano le prime vittime di un sistema che non offre prospettive, che affonda nel suo stesso vuoto di valori. In tale scenario di estrema complessità, i social network giocano un ruolo ambivalente: da un lato rappresentano uno spazio di espressione e connessione, ma dall’altro amplificano la solitudine degli individui. Molti ragazzi vivono una socialità virtuale che sostituisce quella reale, nella quale la logica della performance, del “like” e del confronto continuo minano l’autostima e costruiscono relazioni fragili e superficiali. È evidente allora che l’uso irresponsabile di queste piattaforme da parte di minorenni rappresenti sempre più una problematica non trascurabile, ed in questo senso alcuni Paesi stanno già provando a intervenire: l’Australia ha introdotto da dicembre 2025 il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni, prima nazione al mondo, anche se i rapporti evidenziano un alto tasso di aggiramento del divieto. A ruota si è mosso il governo spagnolo, guidato da Pedro Sanchez, che ha annunciato di voler applicare la stessa misura includendo anche il perseguimento delle responsabilità legali per i dirigenti delle piattaforme. In Italia il dibattito è ancora frammentato: vi sono infatti diverse proposte di legge che mirano a vietare l’iscrizione sotto i 13 o 15 anni, mentre altre misure allo studio includono controlli rigorosi sull’età (tramite indirizzo IP), nonché limitazioni agli algoritmi e restrizioni sui meccanismi compulsivi di “scrollamento”. Deve essere chiaro però che non bastano divieti o misure emergenziali: occorre investire nelle scuole, nei servizi sociali, negli spazi di aggregazione. La prospettiva socialista su questo tema, oggi, non può che partire da qui: da un’educazione reale sui pericoli del web e da un intervento pubblico capace di proteggere senza reprimere. I ragazzi non sono un problema da gestire, ma una risorsa da sostenere ed ignorare il loro disagio significa rinunciare al futuro stesso del nostro Paese, cosa che noi non siamo disposti a fare, né ora né mai.

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