Cuba è sull’orlo di una crisi umanitaria devastante. Ma per Trump è una “minaccia”

di Giovanni Pincigalli

Il giovane senatore John Kennedy, sebbene fosse un fervente anticomunista, in un discorso pronunciato in Senato il 14 giugno 1960, disse: «Invece di tendere una mano amichevole al popolo disperato di Cuba, il nostro aiuto ha assunto la forma di assistenza militare per rafforzare la dittatura di Batista, che non ha contribuito al benessere del popolo cubano (…) nessuno può dire se Castro avrebbe seguito una via più razionale, dopo la sua vittoria, se il governo degli Stati Uniti d’America (…) avesse accolto più calorosamente il giovane ribelle al momento del trionfo quando si recò nel nostro Paese» (in “Strategia della pace” di J.F. Kennedy). Tre anni dopo, nel novembre 1963, Kennedy, ormai diventato presidente, affidò al giornalista francese Jean Daniel la missione di portare a Castro un messaggio di pace. Ecco la risposta di Castro nelle memorie di Daniel: «Tornate da Kennedy, siate un messaggero di pace. Kennedy ha tutte le possibilità di diventare, agli occhi della storia, il più grande presidente degli Stati Uniti. Superiore a Lincoln». Daniel racconta ancora:«All’improvviso squilla il telefono. Fidel prende la cornetta e lo sento dire: “Como? Un atentado?” Kennedy è appena stato ucciso a Dallas. Ripete tre volte: “Es una mala noticia”. Rimane in silenzio. Poi alza e dice: “Ecco, è la fine della vostra missione di pace. Tutto è cambiato. Kennedy era un nemico a cui ci eravamo abituati. È una faccenda grave, molto grave”». L’embargo economico è stato istituito nel 1963 con una legge del congresso. Quindi nessun presidente americano può abrogarlo, ma può alleggerirlo, come appesantirlo. Obama l’aveva appunto alleggerito, ma poi Trump al suo primo mandato ha indurito le sanzioni, che inspiegabilmente, e deludentemente, Biden non ha rimosso. Eppure era proprio lui il vice di Obama quando costui si recò a Cuba e disse «Sono qui per metter fine all’ultimo residuo della guerra fredda». Anche i cubani di Miami (la cui comunità è sempre più composta da giovani che stanno rimpiazzando i vecchi esuli legati alla mafia, alla Cia e alle ex dittature fasciste latino-americane) sono contro l’embargo anche per ragioni familiari e economiche . Già prima di Trump, si calcolava che un solo giorno di embargo faceva perdere all’Isola l’equivalente di tutte le spese didattiche dagli asili alle università, che Cuba sostiene in un anno. L’Onu calcola a circa 116 miliardi, le perdite per l’economia cubana, dal 1960 ad oggi, che per un piccolo Paese in via di sviluppo è una enormità. L’embargo è doppiamente ingiusto e cinico poiché punisce tutti quei Paesi che commerciano con Cuba. Immaginiamo se l’Albania non potesse ricevere beni, aiuti e turisti dall’Unione europea. Non sarebbe autosufficiente per sfamare la popolazione. Non lo siamo neanche noi che siamo tra i Paesi più industrializzati del mondo. L’Albania soffrirebbe di gravi penurie di prodotti sanitari, informatici, industriali, agricoli, pezzi di ricambio e via dicendo. Il mercato naturale di Cuba è proprio la Florida ma anche il Texas, non solo perché vi sono moltissimi latinoamericani che avrebbero piacere a commerciare con Cuba, ma anche perché le distanze e i costi di trasporto sono minimi. Una cosa è far venire della carne da Miami, altra cosa dal Brasile o dalla Spagna. Si è calcolato che anche gli Stati Uniti d’America perdono ogni anno ingenti quantità di denaro a causo del bloquero. Anni fa si poteva viaggiare da soli in assoluta sicurezza alloggiando nelle cosiddette “case particolar” ovvero abitazioni il cui proprietario ha il permesso di affittare stanze e vendere pasti ai turisti. Formarono la classe media del Paese assieme ad altri lavoratori autonomi: igienisti, parrucchieri, commercianti ambulanti e non, interpreti (grazie ai tanti congressi che si tenevano nell’isola), artisti, grafici e via dicendo. Avevano accesso a elettrodomestici, aria condizionata, tv intelligenti, a differenza dei lavoratori salariati, che guadagnano tra i 10 e i 17 $ mensili. Cuba ha ospitato numerosi festival ed eventi. Oggi la maggior parte sono annullati o rinviati. La cultura, assieme alla sanità, era tra i fiori all’occhiello, che attirava moltissimi artisti stranieri. Basti pensare alla Scuola di cinema di Sant’Antonio de Los Banos, sui cui muri si possono vedere gli autografi giganti di Ettore Scola, Steven Spielberg e Francis Ford Coppola. La scuola era nota anche perché offriva una formazione di alto livello con vitto e alloggio gratuiti per giovani latinoamericani e afroamericani. Molti miei amici artisti vivevano offrendo i propri servizi a case di produzione audiovisive straniere, pensiamo a film girati sull’isola come “Buena Vista social club” o “El Che”, o ai video clip di Jovanotti o Zucchero. Moltissimi attori e attrici lavorano per produzioni spagnole e latino-americane, percependo compensi impensabili per Cuba. Miei amici produttori esecutivi (e sono giovani) fatturano più di 40.000 $ l’anno. I grandi attori anche 100.000$ e più. Si è detto che un operaio guadagna una manciata di dollari, parzialmente compensati dal fatto che il governo elargisce ogni mese a tutti i cittadini, razioni di generi di prima necessità, dal riso al sapone, dalla carne allo zucchero. Ma oggi i così detti prodotti del popolo sono distribuiti con il contagocce. Nel 2025 sono tornato a Santiago, che visitai nel 2004. La città è irriconoscibile: tra un numero elevato di mendicanti bambini come adulti e strade buie a causa della mancanza di elettricità. Una volta si poteva viaggiare per Cuba anche in aereo. La compagnia di aviazione cubana volava persino verso il Canada, Roma, Madrid e le principali capitali latinoamericane. Oggi l’intera flotta è a terra. Il colpo finale è arrivato da Trump con il rapimento di Maduro, sterminando i 32 agenti cubani che facevano parte della sua scorta. Il Venezuela era rimasto il solo fornitore di petrolio di Cuba. Oggi qualche boccata di ossigeno (o meglio di carburante) arriva grazie ad alcune navi che dal Messico o dalla Russia sfidano il nuovo divieto di fornire Cuba di petrolio. Una mia cara amica cubana di Montreal mi dice che tempo fa aveva comprato alla famiglia rimasta Camaguey un generatore di corrente a benzina. Ma ormai non serve più, perché di benzina non ce n’è quasi più. Ecco che ha dovuto comprare un generatore solare che chiaramente è ancora più caro anche a causa dell’aumento della domanda. Non a caso a Cuba è in forte crescita il mercato dei pannelli solari, ma se li può permettere solo chi ha parenti all’estero. Il resto della gente per cucinare deve tagliare gli alberi per farne carbone. Molti perdono razioni di cibo, dato che i congelatori, senza energia, sono spenti, come ventilatori e aria condizionata, così in estate non ci si può difendere dal calore asfissiante. Trump impedisce anche l’invio di danaro con agenzie come Western Union. Ecco perché, sono fiorite una moltitudine di applicazioni che offrono servizi finanziari o di acquisto di cibo, medicinali e prodotti casalinghi, da parte di stranieri o cubani all’estero per i loro cari a Cuba. Ma è vietato spedirli a chi è iscritto al partito comunista. C’è sempre stata un’immigrazione clandestina verso gli Stati Uniti, ma negli ultimi cinque anni i cubani s’indebitano per migliaia di dollari per entrare clandestinamente in Florida o in Texas, questo perché possono giungere in alcuni Paesi centroamericani senza visto, qui affidano le loro speranze ad avidi e pericolosi trafficanti. I fortunati che arrivano negli Usa non possono però sapere se e quando avranno la residenza permanente o se invece li aspetta la deportazione. Nel frattempo, lavorano sottopagati. Cuba è in preda alla “pauperizzazione” della classe media (che paradossalmente Marx aveva previsto per i Paesi capitalisti) e al passaggio dei salariati, dalla povertà alla miseria pura. Anche se uno zoccolo duro comunista resiste, vivo e vegeto, la maggior parte della popolazione si schiera sempre di più contro il regime, ed è questo l’obiettivo di Trump. Ma al tempo stesso anche i non comunisti sono pronti a difendere Cuba in caso d’invasione, poiché sono patriotici e non rinnegano l’intera esperienza della Rivoluzione. Anzi, il mito di Fidel, ed ancora di più del Che, sono radicati anche nei giovani e in coloro non inscritti al partito. Ma cosa sarebbe Cuba senza l’embargo? Il regime non avrebbe pretesti o ragioni per non riformare il sistema. Non si potrebbe evocare lo stato di guerra, se pur fredda ed economica di cui l’isola è vittima. Sono convinto che la maggior parte della gente desideri una terzia via, che personalmente individuo nelle intuizioni di Nenni negli anni ‘50, di Dubcek nel ‘68 e di Berlinguer negli anni ‘70. Cioè una strada tra capitalismo (o socialdemocrazia moderata) e leninismo. Un’economia fatta non solo di proprietà pubblica, ma sempre di più di cooperative e lavoratori autonomi, ma soprattutto di pluralismo, con più partiti o liste, indipendenti tra di loro, ma tutti fedeli al socialismo inteso nel senso più largo possibile (dal castrismo al progressismo, da una socialdemocrazia di sinistra ad un socialismo ecologista). In sostanza, qualcosa che non è mai esistita, e che forse dovrebbe esistere: il primo esperimento di socialismo (reale) democratico. Intanto però i cubani soffrono vittime dell’arroganza, del sadismo e del cinismo Usa.

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