Il calcio è parte del Paese: per questo va cambiato davvero

di Enzo Maraio

C’è una domanda che torna ogni volta che la politica interviene su temi come il calcio: perché occuparsene? La risposta è semplice, e tutt’altro che strumentale. Il calcio, in Italia, non è solo sport. E’ identità, cultura popolare, coesione sociale. E’ un linguaggio condiviso che attraversa generazioni, territori, classi sociali. Ignorarlo significherebbe non comprendere fino in fondo il Paese. Per questo chi fa politica non solo può, ma deve parlarne. Non per invadere ambiti che non gli competono, ma per contribuire a una riflessione più ampia su ciò che non funziona e su ciò che va ricostruito. Quando un sistema così centrale entra in crisi, la questione diventa inevitabilmente pubblica. E oggi il calcio italiano è in crisi, profonda. Per la terza volta consecutiva siamo fuori dai Mondiali. Non è una sconfitta episodica, è il fallimento di un intero modello. Pensare che basti il cambio di qualche dirigente è un errore. Non basta che vada via Gravina. Serve molto di più. Parlo anche da tifoso, da cittadino che ha vissuto un’altra stagione del calcio italiano. Sono della generazione che porta dentro le immagini del 1982, di Bearzot, di Tardelli, dell’Italia di Pertini. Di chi ha vissuto Italia ’90, senza vittoria ma con quella magia irripetibile delle Notti magiche. E poi il 2006, una gioia collettiva che sembrava impossibile da replicare ma che dimostrava quanto questo Paese sappia ritrovarsi attorno ad una squadra. Oggi tutto questo appare lontano. Ed è proprio questa distanza che deve farci riflettere. Non è accettabile per i tifosi, non è accettabile per il Paese. Di fronte a un disastro di queste proporzioni, non può esserci continuità. Serve responsabilità. Serve il coraggio di dire che così non va e che occorre ripartire davvero. Si parla spesso della politica come incapace di rinnovarsi. E’ una critica in parte fondata. Ma se guardiamo al calcio italiano, la situazione è persino più grave: stessi meccanismi, stessi limiti, stessa difficoltà a cambiare. Per questo serve una rivoluzione vera. Nelle idee, nelle strutture, nella mentalità. Serve una nuova visione che rimetta al centro i giovani, la formazione, i territori, la qualità. Serve restituire al calcio italiano credibilità e futuro. Tutti a casa, sì. Ma non come slogan. Come punto di partenza per costruire qualcosa di diverso. Perché il calcio non è solo un gioco. E’ un pezzo del nostro Paese. E quando quel pezzo si rompe, è responsabilità di tutti provare a ricomporlo.

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