Giovani tra rabbia e paura come i ragazzi del ‘19 ora la vecchia guardia abbandoni lo status quo

di Lorenzo Cinquepalmi

Siamo un Paese, anzi un continente, in cui i giovani, dai 14 a oltre i 30 anni, vivono in una condizione di profondo, diffuso, incurabile malessere. Precarietà e difficoltà economiche, paura generata dalla quasi certezza di non avere un futuro decente, generano una condizione di ansia e depressione endemiche nei giovani, innesco e combustibile di una rabbia sorda e profonda, pronta ad esplodere in ogni momento. I ragazzi non si sentono più parte della comunità in cui sono nati, sostanzialmente rifiutati da un sistema che sta facendo di loro la prima generazione, dalla fine della seconda guerra mondiale, che starà peggio di quella che l’ha preceduta. E vivono in una società che esibisce modelli opulenti, somministrati in overdose a mezzo social media, in un sistema perverso che fa di loro dei disadattati con gli occhi pieni e le mani vuote. La loro rabbia ricorda quella dei ragazzi che tornarono dalla guerra nel 1919, rifiutati ed emarginati come rifiutati ed emarginati sono i ragazzi di oggi; gonfi di rabbia e di disperazione come lo sono i ragazzi di oggi. Una rabbia che, oggi come allora, si scarica nella violenza fine a sé stessa, in odio a tutto e tutti. Ed esattamente come nel 1919, gli stessi interessi che hanno creato le condizioni di emarginazione dei giovani sfruttano cinicamente la loro rabbia e il loro odio per trarne l’ennesimo tornaconto. La differenza rispetto a un secolo fa è nella sostanziale omogeneità della situazione sociale nelle nazioni d’Europa: non usciamo da una guerra con vincitori e sconfitti e, anche se dopo la Grande Guerra il disagio nei giovani reduci c’era stato anche in Francia e in Inghilterra, è nei Paesi sconfitti che ha scatenato le forze che hanno generato il fascismo e il nazismo. La situazione oggi, pur nella similitudine della rabbia giovanile che esplode in violenza, è diversa e, in un certo senso, potenzialmente più preoccupante: coinvolge la gran parte del continente e la gran parte dei giovani. Come allora classi dirigenti e leadership stentano a comprenderne origine e ragioni, né paiono capaci di intercettare e orientare in una direzione costruttiva la forza espressa da questa grande massa di scontenti; fa eccezione la Spagna, in cui il capo del governo, leader del partito socialista spagnolo ma anche a capo dell’Internazionale Socialista, ha scelto di schierarsi apertamente al fianco delle piazze e dei giovani che protestano per la gravissima crisi abitativa, sciogliendo il parlamento e convocando le elezioni anticipate che sta affrontando dopo avere trasformato la contestazione nel perno della sua campagna elettorale. E va detto che la Spagna degli ultimi anni di governo socialista ha introdotto o ampliato molte misure a sostegno del bisogno dei giovani di ritrovare fiducia nel futuro: in Spagna il salario minimo è fissato dalla legge in 17.000 euro l’anno per il 2026 e qualsiasi spagnolo, fino a 35 anni di età, può contare su di un contributo affitto di 300 euro al mese, sulla garanzia del reddito minimo vitale anche se ancora convivente coi genitori, fino a 700 euro al mese. C’è anche la previsione di un contributo di 30.000 euro a coloro che vorranno acquistare una casa a prezzi calmierati. La natalità è sostenuta da contributi statali, regionali e comunali: chi mette al mondo un figlio può contare, a seconda di dove vive e del costo della vita nel suo comune, su un’entrata che, nei primi anni di vita del bambino, può arrivare fino a mille euro al mese, incrementati di 250 euro al mese per il secondo e per il terzo figlio. Negli asili nido sono accolti il 60% dei bimbi da 0 a 3 anni, contro il 35% dell’Italia; la retta è azzerata per i redditi più bassi, e modesta per gli altri. Se in Spagna la protesta giovanile si è concentrata sul tema dei costi proibitivi delle abitazioni, con una risposta della politica che ha portato alle elezioni anticipate, in Italia sono i bassi salari, soprattutto d’ingresso, e l’estrema precarietà degli impieghi, a precipitare i ragazzi in una condizione cronica di ansia e depressione da cui si scatena la rabbia sfogata nelle piazze. Così come in Francia, anche in Italia il disinteresse della politica per il mondo giovanile, per l’istruzione, per la costruzione del futuro, sta facendo della “generazione Z” una miscela esplosiva il cui potenziale distruttivo è assai superiore a quello che abbiamo visto nelle ultime settimane. Occorre il coraggio di scegliere tra ridare fiducia ai ragazzi o accontentare i tanti interessi speculativi che prosperano sullo sfruttamento delle masse, sfruttamento del quale i giovani pagano il prezzo più alto in termini di perdita di prospettive e di speranze. Oggi in Europa sono i boomer e la “generazione X”, cioè chi ha più di 50 anni, a dirigere la politica e l’economia: gente che è nata e ha vissuto stagioni di crescita, sviluppo, fede nell’avvenire. Si stanno dimostrando, per egoismo e per cinismo, incapaci di far germogliare nelle generazioni successive la voglia del domani, il senso di fratellanza, perfino l’amore per la libertà. E della giustizia sociale hanno fatto credere loro solo che sia una chimera irraggiungibile. Si tratta di un errore molto grave che pagheranno molto caro, che pagheremo tutti molto caro, se da questi vecchi privilegiati non emergeranno nuove compagini generose e sagaci, ma soprattutto coraggiose, in grado di cambiare radicalmente lo status quo. Sanchez, figlio della “generazione X”, sta indicando una strada.

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