Gli autotrasportatori proseguono la protesta. Scaffali vuoti e Sud in tilt

di Stefano Amoroso

Chissà se anche per la protesta degli autotrasportatori italiani la maggioranza accuserà l’opposizione, i radical chic, la guerra ibrida, i marziani e chissà chi altro. Quando, invece, le colpe sono tutte da addebitare a questa sgangherata maggioranza, tutta iperboliche promesse e chiacchiere al vento, mentre la programmazione economica è totalmente assente e gli investimenti vanno a rilento. Mentre scriviamo questo articolo si è appena concluso il Consiglio dei ministri del 22 ottobre, con la promessa di 430 milioni di euro di credito d’imposta sul carburante per le aziende di autotrasporto, a cui dovrebbero essere aggiunti altri 45,2 milioni. Inoltre, il Governo sembra intenzionato a farsi carico di una parte dei costi dei leasing per chi acquista i mezzi di trasporto con questa formula: si parla di un 10% fino ad un massimo di 10 milioni ad azienda. Si tratta di fondi importanti, che aumentano di circa il 50% la dotazione del Fondo Nazionale per l’autotrasporto italiano, di 1 miliardo di euro. In altri tempi, probabilmente, questa promessa sarebbe stata più che sufficiente: ora, invece, viene vista come un pannicello caldo. Infatti, i costi del gasolio stanno correndo a causa delle guerre e dei dazi in corso, e muoversi costa sempre di più. Purtroppo, in Italia, le merci viaggiano quasi esclusivamente su gomma, e quindi l’aumento vertiginoso del carburante ha un impatto quasi immediato sui trasportatori e, attraverso questi, sui prezzi al consumo. Inoltre, le grandi economie mondiali sono impegnate a fare scorta di petrolio, gas e carburanti per l’inverno, ed in questo periodo storico, storicamente, i prezzi raggiungono il picco massimo annuale. Livello che tuttavia è particolarmente alto quest’anno, per via del blocco dello Stretto di Hormuz, delle minacce sull’altro Stretto strategico di Bab el-Mandeb, della guerra in Ucraina che incendia pozzi, oleodotti e raffinerie, e di tutte le altre cose che sappiamo. In questo contesto di guerra e caos su cui l’Italia e l’Europa riescono ad incidere molto poco se non addirittura per nulla, sarebbe stato molto importante investire sulla capacità di raffinazione, per la quale in passato eravamo tra i leader mondiali: basti pensare che nel 1991 la capacità di raffinazione era di 100 milioni di tonnellate, mentre nel 2019 era scesa ad 83,3 milioni. Il paradosso è che questa capacità sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale. Però, per vari motivi tecnici e burocratici, e per mancanza di una seria politica industriale, oggi la quantità effettivamente raffinata si ferma a 63,7 milioni di tonnellate. Inoltre, di questa quantità di petrolio raffinato, quasi 26 milioni di tonnellate vengono esportate, anche perché le raffinerie, spesso, sono in mani straniere. La conseguenza è che dobbiamo importare ogni anno circa 16 milioni di tonnellate di carburanti ed altri prodotti della raffinazione petrolifera, il che ci mette in balia delle fluttuazioni dei mercati esteri e ci fa penare a causa dell’attuale scarsità. La colpa del Governo, quindi, è di aver fatto poco o nulla per affrontare un problema già noto da tempo, per il quale la soluzione esiste ed è a portata di mano: aumentare la capacità di raffinazione del petrolio su scala nazionale, ed imporre che i prodotti della raffinazione debbano, almeno parzialmente, servire il mercato nazionale. Semplice, chiaro, ed in linea con quello che fanno, da sempre, tutte le principali economie del mondo. Il ministro Urso (Made in Italy e Competitività) ha detto che ci sta pensando ed allora possiamo dormire sonni tranquilli: finché resterà lui a capo del Ministero non si farà nulla. Non resta, dunque, che rassegnarsi agli scaffali vuoti nei negozi, oppure allo Stato che paga il rifornimento alla pompa degli autotrasportatori. Che almeno se ne approfitti per rivedere l’esoso, iniquo ed inefficiente sistema delle accise sui carburanti. Programmazione economica e politica industriale, intanto, per questo Governo continuano ad essere come la Siberia: tutti sanno dov’è, ma nessuno ci vuole andare.

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