Vannacci e la paralisi della politica

di Lorenzo Cinquepalmi

A partire dalla rivoluzione del 1789, l’amministrazione dello Stato è dipesa, ancorché in modo discontinuo ma, comunque, progressivo, da processi dialettici tra componenti del consorzio umano. In altre parole, dalla politica. Quelle parti della comunità in competizione tra loro per l’affermazione dei rispettivi interessi, con il crescere della partecipazione al processo di gestione della cosa pubblica, si sono strutturate in organizzazioni chiamate partiti politici. L’allargamento, nel tempo, del numero dei membri della società coinvolti nelle organizzazioni politiche ha qualificato il sistema politico in senso democratico, giungendo a definire la politica come strumento di espressione della democrazia partecipativa nell’amministrazione della comunità, dei beni pubblici e degli stessi rapporti umani. Questa premessa serve per sostenere l’affermazione per la quale non vi è politica, e soprattutto, non vi è democrazia, senza partiti politici, che devono avere la base popolare più ampia possibile perché solo dalla partecipazione della maggioranza dei cittadini dipendono la democrazia e un fecondo equilibrio di interessi e aspirazioni. Basterebbe dare per assunta quest’articolata definizione di democrazia per spiegare il declino, economico e anche democratico, del nostro Paese. Infatti, è del tutto evidente come il sistema politico, la partecipazione popolare alla determinazione dell’azione di governo, e gli stessi sistemi economico e sociale, in Italia non costituiscano più un fattore di progresso della società. I partiti politici si sono ridotti all’apparenza della rappresentatività popolare, non catalizzano più l’attenzione delle masse, e hanno abbandonato ogni finalità diversa dalla sopravvivenza delle singole organizzazioni per l’esercizio del potere, non garantendo più quell’equilibrio virtuoso tra interessi contrapposti che ha prodotto un paio di secoli di sviluppo. Assistiamo, da più di tre decenni, al declino delle libertà, della democrazia, dei diritti, del benessere diffuso, in corrispondenza e in conseguenza della progressiva atrofia dei partiti politici, che determina la contrazione della capacità di crescere della comunità. Il sistema sostanzialmente bloccato e ideologicamente asfittico della seconda repubblica pare, oggi, alla soglia di un passaggio importante, in cui l’azione di forze radicalmente alternative può determinare il suo scardinamento. In questi tre decenni è già accaduto che forze politiche passassero rapidamente dall’inesistenza o dall’irrilevanza a grandi fortune elettorali: è successo alla Lega, al Movimento 5 stelle, a Fratelli d’Italia. Ma mai è accaduto che una forza dichiaratamente e oggettivamente eversiva si palesasse sulla scena politica esprimendo un’energia tale da far prevedere la sua capacità di scuotere radicalmente e di sovvertire il sistema. Infatti, la mancanza di energia politica dei partiti della seconda repubblica, almeno a partire dalla stagione del Partito Democratico e del Popolo delle Libertà, è stata la conseguenza della loro mancanza di base teorica, della struttura ideologica del loro agire. Quelle forze, il cui modello ha prevalso fino a oggi, sono state, al contrario, caratterizzate dalla negazione del concetto stesso di struttura ideologica, dalla teoria del “ma anche”: essere tutto e insieme il suo contrario, nell’alimentata illusione del superamento delle contrapposizioni. Un’illusione che ha concorso in modo determinante alla crescita tumultuosa delle diseguaglianze, perché ha prima eroso e poi cancellato l’argine alla voracità della ricchezza, determinando una situazione sociale in cui la tensione, seppure ancora non manifesta, è fortissima. La comparsa sulla scena di una forza politica come Futuro Nazionale può essere destinata a sovvertire, anche senza raggiungere una dimensione maggioritaria, un sistema politico esausto e privo di missione. La miscela ha delle caratteristiche non inedite, e potenzialmente dirompenti: sfiducia e malcontento crescenti, attenuazione della sensibilità democratica, inanità dei partiti politici consolidati, semplicità ed efficacia del messaggio, chiarezza della proposta ideologica. Una forza politica che cresce con la rapidità e la progressione di Futuro Nazionale sarebbe di per sé un fenomeno, ma, come s’è detto, abbiamo già visto qualcosa di simile in Lega, M5S e FdI. Quello che è mancato a queste forze, che pure hanno raccolto, e perso, il vasto consenso elettorale che ha consentito loro di vivere stagioni di governo del Paese, è stata la struttura ideologica capace di vincolare il consenso all’azione. Senza una base teorica, il consenso raccolto più contro qualcosa che per qualcosa, si è dimostrato effimero. Futuro Nazionale una base teorica ce l’ha, rozza ma efficace; un’ideologia la esprime. E questi strumenti candidano il consenso che sta costruendo a una maggiore solidità e a una maggiore efficacia. Quando in politica si cerca di essere una cosa “ma anche” il suo contrario, il consenso che si raccoglie è così contraddittorio e in pericolo da determinare la paralisi dell’iniziativa politica: può più la paura di perdere il favore carpito che l’opportunità di consolidarlo. Nell’estraneità a questa dinamica sta il potenziale di Vannacci. E se a qualcuno ricorda qualcosa, va detto che rischia di aver ragione.

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