La Lega riscopre il Nord: l’ultima carta di Salvini. Tra Zaia, Fedriga e l’ombra lunga di Vannacci

di Andrea Follini

La possibile nomina di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga a vice segretari della Lega con una delega specifica per il Nord, non sarebbe soltanto una modifica dell’organigramma del partito; sarebbe piuttosto la presa d’atto di una trasformazione politica che Matteo Salvini non può più ignorare: il ciclo della Lega nazionale, costruita sull’espansione oltre Po e sulla personalizzazione della leadership, ha smesso da tempo di produrre i dividendi elettorali che aveva garantito tra il 2018 e il 2019. Da alcuni anni il leader leghista si trova stretto in una tenaglia. Da una parte la crescita di Fratelli d’Italia ha sottratto alla Lega la funzione di principale interprete del sovranismo italiano. Dall’altra è tornata ad affacciarsi una domanda politica che riguarda il Nord produttivo e che il partito, impegnato a presidiare il terreno nazionale, ha progressivamente trascurato. L’eventuale promozione di Zaia e Fedriga nasce dentro questa contraddizione. Entrambi rappresentano una Lega di governo, territoriale, amministrativa. Una Lega che parla di autonomia, infrastrutture, imprese e competitività, indipendentemente dai risultati che in questi campi poi riesce ad ottenere (vedasi in particolare il progetto di autonomia differenziata). Una Lega che mantiene una forte identità settentrionale senza rinunciare alla responsabilità istituzionale. Per Salvini l’operazione avrebbe un significato preciso: riconoscere che il partito ha bisogno di recuperare il proprio baricentro storico senza aprire formalmente una successione alla leadership. È una scelta che contiene una dose di pragmatismo e una dose di necessità. Il pragmatismo consiste nel valorizzare le due figure oggi più popolari e spendibili del partito. La necessità deriva dal fatto che la Lega si trova esposta a una concorrenza politica che fino a pochi anni fa non esisteva. L’ascesa di Roberto Vannacci e del movimento Futuro Nazionale rappresenta infatti un elemento nuovo nel panorama della destra italiana. Al di là delle dimensioni attuali del fenomeno, Vannacci intercetta una parte dell’elettorato che un tempo guardava naturalmente alla Lega salviniana: cittadini critici verso le élite, sensibili ai temi dell’identità nazionale, della sicurezza e della sovranità. Si tratta di un elettorato che percepisce la Lega come parte integrante del sistema di governo e che può essere attratto da soggetti politici capaci di presentarsi come più radicali, più autentici o semplicemente più nuovi. Per Salvini il rischio non è soltanto perdere voti verso Fratelli d’Italia, situazione già verificatasi. È perdere voti verso destra. E proprio per questo il recupero del radicamento settentrionale potrebbe rappresentare una risposta strategica. Se il terreno dell’identità nazionale è ormai affollato da concorrenti sempre più forti, il Nord resta il luogo nel quale la Lega possiede ancora un patrimonio politico, amministrativo e culturale difficilmente replicabile. Da questo punto di vista la valorizzazione di Zaia e Fedriga può essere letta come una forma di specializzazione competitiva. Invece di inseguire continuamente gli avversari sul terreno della comunicazione identitaria, la Lega potrebbe tornare a presidiare ciò che l’ha resa unica nella storia repubblicana: il rapporto con i territori più dinamici del Paese, con quelle “locomotive” economiche da sempre riconosciute. La domanda che ci si dovrebbe porre in questo contesto è se esista ancora una questione settentrionale. A differenza degli anni Novanta, il tema non si manifesta più nei termini della contrapposizione tra Nord e Sud. La globalizzazione, le crisi economiche e le trasformazioni demografiche hanno modificato il quadro. Eppure il Nord continua a rappresentare il motore economico italiano e continua a lamentare problemi specifici: il peso fiscale, la scarsità di infrastrutture strategiche, la difficoltà di reperire personale qualificato, la concorrenza internazionale, i ritardi della pubblica amministrazione e della giustizia. L’autonomia differenziata, al di là delle polemiche che l’accompagnano, è il riflesso più evidente di questa persistente domanda di maggiore capacità decisionale da parte delle regioni economicamente più forti. È su questo terreno che Zaia e Fedriga hanno costruito il proprio consenso. Non attraverso slogan identitari, ma attraverso la gestione del governo locale. Non è un caso che entrambi godano di una popolarità personale che spesso supera quella del loro stesso partito. Resta tuttavia un interrogativo politico: Zaia e Fedriga accetteranno di diventare i garanti di una strategia che non hanno contribuito a definire? Entrare nella segreteria con questi incarichi significherebbe assumersi una corresponsabilità diretta rispetto alle scelte nazionali della Lega. Finora i due governatori hanno tratto forza proprio dalla loro relativa autonomia rispetto alle dinamiche romane. L’operazione, dunque, presenta vantaggi ma anche rischi per tutti i protagonisti. Conviene certamente a Salvini, che potrebbe consolidare la propria leadership attraverso un allargamento del gruppo dirigente anziché attraverso uno scontro interno. Conviene a una parte della classe dirigente settentrionale, che tornerebbe ad avere un ruolo centrale nelle scelte strategiche del partito. Conviene probabilmente anche a Giorgia Meloni, che avrebbe interesse a una Lega più stabile e meno attraversata da conflitti interni, all’interno della coalizione di governo. Può convenire persino a Zaia e Fedriga, se interpreteranno il nuovo incarico come un passaggio verso una futura fase politica nella quale il tema della successione tornerà inevitabilmente ad affacciarsi. Chi potrebbe guardare con minore favore a questa evoluzione sono invece quei settori della Lega che hanno investito sulla trasformazione nazionale del partito e che temono un ritorno, almeno simbolico, alle origini nordiste del movimento. In realtà la sfida non consiste nel tornare indietro. La Lega del 2026 non può essere quella del 1996. Il vero problema è capire se sia possibile tenere insieme due identità che negli ultimi anni sono apparse sempre più distanti: quella nazionale costruita da Salvini e quella territoriale incarnata da Zaia e Fedriga. Se l’equilibrio verrà trovato, la Lega potrebbe recuperare una funzione politica originale nel centrodestra. In caso contrario, il rischio è che il partito continui a perdere terreno sia verso Fratelli d’Italia sia verso le nuove offerte politiche che si affacciano alla sua destra. La possibile nomina dei due presidenti non rappresenta quindi un semplice aggiustamento organizzativo. È il tentativo di rispondere a una domanda molto più profonda: la Lega deve essere salvata dalla perdita di consensi o deve essere salvata dalla progressiva perdita della propria identità? La risposta a questa domanda determinerà il futuro del partito ben più della scelta dei suoi prossimi vice segretari.

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