Sulla politica economica facciamo come in Spagna

di Lorenzo Cinquepalmi

L’inflazione in Italia ha superato il 4%. Certo, spinta dalla fiammata dei carburanti, ma prezzi dei carburanti significa prezzi dei trasporti, e quindi tutti i prezzi. Quindi, non è finita qui. Intanto, i salari languono ai livelli più bassi d’Europa, e la gente soffre, soffre molto, non ce la fa. La forbice prezzi- salari si era ridotta dal -13% di quattro anni fa al -8%, in gran parte grazie all’iniezione di denaro del Pnrr, ma oggi, con questi dati, si sta nuovamente allargando. È del tutto evidente che il mercato, e le politiche mercatiste praticate dal governo Meloni, ma, per il vero, anche dai governi precedenti, non hanno nessuna possibilità di migliorare la situazione dei cittadini, di alleviare la sofferenza del popolo. Quella del laissez faire è, in fondo, la scelta di comodo di chi non ha il coraggio, e la voglia, di prendere in mano la situazione. Certo, è anche vero che questa è stata la scelta di politica economica e industriale imposta dall’Europa negli ultimi decenni, per la convergenza spuria di interessi tra la cupidigia dei grandi patrimoni e la neghittosità della politica, ma questo non significa che sia una scelta obbligata, come dimostra concretamente la Spagna di Pedro Sanchez, la cui dottrina di governo, in economia, è descritta da analisti ed economisti come una versione moderna di ricette neokeynesiane e socialdemocratiche, cioè un intervento attivo e incisivo dello Stato per stimolare la domanda interna, proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori e guidare gli investimenti strategici. E la Spagna sta in Europa, dicono. Le ricette che circolano in Italia, invece, sono tutto meno che keynesiane e socialdemocratiche: da Cottarelli arriva l’invito a caricare più soldi sulle social card. E questa è la farina. Per la forca il governo pare piuttosto attrezzato. Per le feste è in attesa di suggerimenti. Lo spunto dirigista messo in campo con l’indicazione a Eni di adottare un price cup, cioè un tetto predeterminato al prezzo, per i carburanti in vendita nei suoi distributori, è un’azione condivisibile, ma non può restare isolata. Con la stessa logica bisogna portare al tavolo le confederazioni dei datori di lavoro per chiedere loro quanto siano disposte a spendere se, a sua volta, lo stato spende per un robusto taglio del cuneo contributivo-fiscale sui salari. Perché un 3-4% di inflazione non è necessariamente un male, anzi, in un’economia dinamica, che è potenzialità da esprimere, diventa un fattore di crescita, di stimolo dei consumi interni, di aumento del PIL. È in una situazione comatosa come la nostra che un’inflazione al 4% diventa esiziale. Ma la ricetta è una, e una sola, e ne ha un bisogno disperato l’Italia, ma ne ha tanto bisogno tutta l’Europa. È la ricetta socialista di Sanchez: spingere la domanda interna, proteggere il potere d’acquisto di salari da adeguare ai prezzi, e fare investimenti veramente strategici. Oggi, per fare un esempio, il ponte sullo stretto di Messina non pare davvero esserlo, non in questo momento. Non è con la logica dell’oculato amministratore di condominio che toglieremo gli italiani dalla spirale depressiva in cui si avvitano da troppo tempo, ma con uno spregiudicato dinamismo interventista; e se c’è da pestare qualche callo, bisogna pestarlo. Se c’è da scontentare qualche titolare di sinecura, beh, scontentiamolo. Un Paese bloccato, in cui non c’è fiducia nel futuro, in cui ci si chiude in sé stessi, non si fanno più figli, non si rischia più, è un Paese morto. Tocca alla politica rianimarlo, e deve essere una politica apertamente keynesiana. In Italia il 50% della spesa delle famiglie è spesa obbligata: casa in testa; bollette a seguire; spesa alimentare e tante altre inevitabili, non ultima la salute. Un intervento vigoroso e dirigista in questi settori imprimerebbe già una svolta. Occorre mettere più soldi in tasca agli italiani e fargliene spendere di meno per quelle voci che corrispondono semplicemente al godimento di diritti elementari, come quello di avere un tetto sulla testa, di non avere freddo in inverno o crepare di caldo in estate, di non avere fame, di curarsi. Occorre far tornare la voglia, e restituire la possibilità, di portare la moglie e i figli a mangiare una pizza, e prima ancora far tornare a sognare di creare una famiglia e di farli, dei figli. Se la sinistra non si intesta questa battaglia, non è sinistra. Se non prende esempio da Sanchez, non è sinistra. Se non dice chiaro alla gente che gli stipendi cresceranno, le trattenute caleranno, i prezzi saranno governati, magari potrà anche veder perdere la destra e perfino andare al governo, ma non vincerà davvero, e non sarà davvero quello che una sinistra deve essere: il fattore politico di riequilibrio delle ingiustizie sociali.

 

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