TRE ANNI DOPO IL 7 OTTOBRE Gaza distrutta, Israele al voto Netanyahu stretto tra Trump e il peso della guerra

di Andrea Follini

Il 7 ottobre 2023 non è soltanto una data della memoria israeliana. È la frattura che, tre anni dopo, continua a dividere il Medio Oriente e a interrogare Israele sulla propria sicurezza, sulla propria leadership e sul prezzo pagato da una guerra che ha trasformato Gaza in un territorio devastato. L’attacco di Hamas, con l’uccisione di circa 1.200 persone e la presa di ostaggi, ha aperto una fase nuova e terribile. Ma la risposta militare israeliana ha prodotto una distruzione senza precedenti nella Striscia e ha lasciato irrisolta la domanda fondamentale: quale sicurezza può nascere dalle macerie? A tre anni di distanza, il governo di Benjamin Netanyahu continua a presentare il conflitto soprattutto come una battaglia esistenziale contro Hamas. Ma dentro e fuori Israele il bilancio della guerra è diventato molto più complesso. I familiari degli ostaggi che hanno perso la vita, chiedono risposte; una parte dell’opinione pubblica pretende di sapere come sia stato possibile che il Paese più militarizzato e sorvegliato della regione non abbia impedito l’assalto del 7 ottobre, mentre la comunità internazionale guarda a Gaza e alla dimensione della catastrofe umanitaria. E sullo sfondo c’è un appuntamento destinato a pesare sul futuro politico del Paese: le elezioni del prossimo 27 ottobre.

LA DISTRUZIONE DI GAZA

Per capire che cosa significhi arrivare al terzo anniversario del 7 ottobre bisogna partire da Gaza. Non soltanto dalle immagini dei palazzi sventrati, ma dai numeri della distruzione; dal numero delle vittime che nella Striscia di Gaza ha superato i 67.000-73.000 morti accertati secondo i dati del Ministero della Sanità palestinese, e degli innumerevoli feriti. La valutazione congiunta di Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione europea, pubblicata nell’aprile 2026 ha stimato in 35,2 miliardi di dollari i danni al patrimonio della Striscia fino all’ottobre 2025. Più di 1,9 milioni di palestinesi sono stati sfollati all’interno di Gaza e oltre 1,2 milioni di persone, quasi il sessanta per cento della popolazione, hanno perso la propria abitazione. L’economia, nel 2024, si è contratta dell’83 per cento secondo fonti Onu. Sono cifre che raccontano una distruzione materiale, ma non riescono a raccontare interamente quella sociale. Case, ospedali, scuole, strade, reti idriche ed elettriche non sono soltanto infrastrutture: sono le condizioni minime attraverso le quali una comunità può continuare a esistere. Nel maggio 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari continuava a descrivere le condizioni di vita nella Striscia come estremamente gravi. La maggior parte della popolazione risultava ancora sfollata, l’accesso all’acqua potabile era fortemente compromesso e molte aree residenziali rimanevano pericolose. Oltre 43mila persone avevano riportato ferite tali da provocare conseguenze permanenti, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ne abbiamo dato testimonianza anche noi, dalle pagine di questo giornale; molte volte come unici megafoni di una condizione disastrosa le cui dimensioni forse non sono nemmeno percepite nella loro interezza dai cittadini italiani. Lle condizioni in cui versa oggi Gaza sono il punto focale sul quale il governo Netanyahu dovrà inevitabilmente essere giudicato dalla storia, al di là delle dichiarazioni di guerra e delle contrapposizioni diplomatiche: la distruzione di Gaza ha eliminato Hamas? Ha restituito sicurezza agli israeliani? Ha creato le condizioni per una soluzione politica? Israele ha certamente il diritto di difendere i propri cittadini e di pretendere che un’organizzazione responsabile di massacri e sequestri venga disarmata. Ma il diritto alla sicurezza non cancella quello della popolazione civile palestinese a sopravvivere, né rende irrilevante ciò che accade dopo la distruzione. Ed è precisamente questo il problema politico che Netanyahu non può più eludere: che cosa viene dopo tutto questo? Perché Gaza non può essere semplicemente lasciata sotto le macerie. E se la risposta è la ricostruzione, occorre stabilire chi la governerà, chi la finanzierà, quale ruolo avranno i palestinesi, quale sarà il futuro di Hamas e quale sarà la posizione di Israele. Il rischio è che la ricostruzione diventi soltanto un altro terreno di scontro.

NETANYAHU SAPEVA CHE CI SAREBBE STATO L’ATTACCO DEL 7 OTTOBRE?

È una delle domande più inquietanti che accompagnano questo terzo anniversario. Ed è importante formulare la questione con precisione: non è stato ancora dimostrato che Netanyahu sapesse che l’attacco sarebbe avvenuto esattamente il 7 ottobre, né che conoscesse in anticipo tutti i dettagli dell’operazione. Ma lo scorso mese una inchiesta giornalistica israeliana ha riportato la domanda al centro del dibattito nel Paese. Secondo il giornale Haaretz, il primo ministro sarebbe stato informato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, dell’esistenza di un piano di Hamas per una grande operazione contro Israele. Netanyahu ha respinto categoricamente l’accusa. Il suo entourage ha negato che ci sia mai stata la telefonata descritta nell’inchiesta e il premier ha annunciato l’intenzione di querelare il giornale definendo la ricostruzione una falsità e un’operazione politica della sinistra. La questione non riguarda soltanto il primo ministro, ma anche l’intelligence, i vertici militari, il governo, la catena di comando e l’intero sistema di sicurezza israeliano. Il fallimento del 7 ottobre non può essere spiegato soltanto con l’efficacia operativa di Hamas. Perché l’attacco riuscì a penetrare un sistema che per anni aveva costruito la propria legittimazione politica proprio sulla promessa di garantire la sicurezza degli israeliani. Ed è qui che la posizione di Netanyahu diventa politicamente fragile. Il premier può rivendicare la risposta militare successiva al 7 ottobre, ma non può cancellare la domanda su ciò che avvenne prima. Si parla da tempo della necessità di una commissione d’inchiesta indipendente che possa stabilire responsabilità istituzionali sulla base di documenti, testimonianze e fatti verificabili. Trasformare ogni domanda in un complotto politico, invece, rischia soltanto di rinviare il momento della resa dei conti.

LE ELEZIONI DI OTTOBRE: GLI SCENARI POSSIBILI

Il 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati a eleggere il nuovo parlamento. La campagna elettorale si svolge nel momento più delicato per Israele, sia per le tensioni interne che per quelle internazionali che vedono il Paese, o meglio il suo governo, al centro del dibattito. Il voto potrà aprire diversi scenari, senza che sia possibile stabilire oggi quale di essi si realizzerà. Il primo è la continuità politica: Netanyahu potrebbe cercare di trasformare la propria esperienza di guerra e la propria immagine di leader della sicurezza nel principale argomento della campagna. In questo scenario il 7 ottobre verrebbe presentato come la prova della necessità di mantenere una leadership forte e di non concedere spazio a concessioni considerate pericolose. È la linea intransigente dell’ala più estremista di destra del governo attuale. Un secondo scenario è quello di una ricomposizione dell’opposizione, con forze diverse costrette a trovare un punto d’incontro sulla formazione di una maggioranza. In questo caso il voto potrebbe diventare soprattutto un referendum politico sulle responsabilità del governo nella gestione della crisi. Esiste poi un terzo scenario: quello di un Parlamento senza una maggioranza chiara, con trattative lunghe e una nuova fase di instabilità. La legge elettorale israeliana rende infatti possibile una situazione nella quale il risultato delle urne non produca automaticamente un governo. E c’è, infine, la variabile più delicata: la guerra e il rapporto con Gaza e la Cisgiordania potrebbero continuare a condizionare la politica anche dopo il voto. E qui si trova uno dei nodi fondamentali. Se la politica continua a vivere in funzione della guerra, diventa difficile immaginare una strategia di lungo periodo. Se invece il prossimo governo dovesse decidere di chiudere la fase militare e aprire quella politica, dovrebbe affrontare questioni enormi: il disarmo di Hamas, la governance palestinese, la ricostruzione, la sicurezza di Israele, il ruolo dell’Autorità palestinese e il futuro della Cisgiordania. Il voto di ottobre non deciderà quindi soltanto chi siederà alla Knesset ma potrà contribuire a definire quale di queste strade Israele intenda percorrere.

NETANYAHU, TRUMP E L’AMERICA CHE CAMBIA

C’è infine un rapporto che pesa più di ogni altro: quello tra Netanyahu e Donald Trump. Per anni il premier israeliano ha considerato l’alleanza con Washington come una delle principali garanzie politiche e strategiche del proprio governo. Trump, dal canto suo, ha offerto a Israele un sostegno straordinariamente forte, ma il rapporto tra i due leader nel 2026 appare meno lineare di quanto fosse in passato. Lo si è visto anche nelle ultime settimane. Durante la recente Assemblea generale dell’Onu, la visita di Netanyahu a New York è stata insolitamente breve e non è stato previsto un incontro con Trump. Anche l’amministrazione americana ha mostrato di voler esercitare pressioni sul governo israeliano. In agosto Trump ha invitato Israele a fermare i raid su Gaza, mentre Netanyahu continuava a sostenere che non ci sarebbe stato un ritiro senza il disarmo di Hamas. È un rapporto, dunque, fatto di alleanza ma anche di interessi divergenti, sul quale si inserisce la variabile dell’instabilità della linea politica del presidente americano. E poi c’è l’immagine che forse più di ogni dichiarazione racconta il cortocircuito politico di questi anni: il video di Trump che immaginava Gaza trasformata in una sorta di Riviera per ricchi. È difficile immaginare un’immagine più simbolica del paradosso di questi tre anni: da una parte le macerie, gli sfollati, gli ospedali distrutti, dall’altra la rappresentazione patinata di un futuro fatto di resort e turismo. Ma l’America non è soltanto l’alleato militare di Israele: è il Paese che può esercitare un’enorme influenza sulla soluzione politica del conflitto. O forse è meglio dire “potrebbe”, perché anche l’America sta cambiando. Nel Congresso statunitense il sostegno a Israele rimane una componente importante della politica americana, mentre crescono le divisioni interne sul comportamento del governo israeliano a Gaza. Il 29 settembre il Senato ha respinto, con 47 voti contro 51, una risoluzione che avrebbe richiesto al Dipartimento di Stato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania. Il voto, sostanzialmente diviso lungo le linee partitiche, ha mostrato quanto la questione israeliana sia diventata parte delle fratture politiche americane.

TRE ANNI DOPO

Il terzo anniversario del 7 ottobre arriva dunque in un momento nel quale nessuna delle domande fondamentali ha trovato una risposta definitiva. Israele deve fare i conti con il trauma dell’attacco e con il fallimento della propria sicurezza. Gaza deve fare i conti con una devastazione che richiederà anni, forse decenni, per essere superata. I palestinesi devono fare i conti con un futuro ancora incerto. Netanyahu deve affrontare il giudizio degli elettori. Trump deve decidere quanto a lungo l’America potrà sostenere una politica israeliana che produce crescenti tensioni internazionali. E resta la domanda più grande: che cosa significa vincere una guerra quando il giorno dopo non esiste ancora una pace possibile? Il 7 ottobre ha dimostrato che nessun muro è abbastanza alto per garantire la sicurezza se alla sua base rimane un conflitto senza soluzione politica. I tre anni successivi hanno mostrato anche l’altra faccia della stessa tragedia: una superiorità militare enorme può distruggere un territorio, ma non necessariamente costruire la sicurezza. Forse il vero bilancio del terzo anniversario dovrebbe partire proprio da qui, dalla capacità di Israele di interrogarsi sui propri errori e sulla propria responsabilità politica, senza per questo negare le responsabilità di Hamas. Il 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati a scegliere il proprio Parlamento. Ma, più ancora, saranno chiamati a decidere quale idea di Israele vogliono portare fuori dal trauma del 7 ottobre: un Paese che continua a vivere nella logica dell’emergenza permanente, oppure uno Stato capace di trasformare la propria sicurezza in una prospettiva politica. La risposta, questa volta, non arriverà dai carri armati: arriverà dalle urne.

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