Sicurezza urbana tra percezione e realtà. La sfida delle città e l’emergenza baby gang

di Andrea Follini

L’uccisione avvenuta a Rogoredo, in cui un uomo già noto alle forze dell’ordine per lo spaccio di droga ha perso la vita per mano di un poliziotto in borghese, ha riaperto con forza il dibattito sulla sicurezza nelle città italiane. Un dibattito che muove sentimenti diversi rispetto ai limiti della legittima difesa ma che non può essere analizzato senza considerare il contesto nel quale è maturato. Ovvero una diffusione ampia del sentimento di insicurezza, reso più attuale dal proliferare di condizioni di degrado urbano e dal compimento di reati definiti “minori” che creano un allarme sociale diffuso. Quanto avvenuto a Rogoredo, quindi, è un episodio drammatico, che scuote l’opinione pubblica non solo per il suo esito estremo, ma perché si inserisce in un contesto segnato da una crescente sensazione di insicurezza urbana alimentata da fenomeni come rapine, scippi e furti nelle abitazioni e, non da ultima, la crescita delle cosiddette baby gang. Tutti episodi rispetto ai quali la sinistra ha per troppo tempo delegato la destra all’analisi ed alla proposta di soluzioni. Secondo i dati più recenti, nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento di circa il 16% rispetto al 2023 e di quasi il 30% rispetto al periodo pre-Covid. Di questi, un arrestato su quattro per rapina in strada è minorenne, evidenziando la forte incidenza dei giovani nei reati predatori come scippi e furti con strappo. Il fenomeno non riguarda solo i grandi centri: i dati nazionali mostrano che il numero di reati denunciati in Italia ha raggiunto circa 2,38 milioni nel 2024, con furti e rapine tra i più frequenti. Sebbene il totale dei reati non sia l’unico indicatore di insicurezza percepita, questi numeri offrono un quadro utile per comprendere le dimensioni del problema. Particolarmente allarmante è il coinvolgimento dei giovanissimi in atti di violenza che superano ormai i confini delle azioni isolate. Nel 2024, per la prima volta i reati commessi contro i minori hanno superato la soglia delle 7.000 segnalazioni, con un aumento del 4% rispetto all’anno precedente e del 35% su base decennale. Parallelamente, nonostante il calo complessivo degli omicidi in Italia, la percentuale di omicidi commessi da minorenni è salita all’11% del totale, con un aumento significativo rispetto all’anno precedente. Questi numeri mostrano quanto sia complesso il fenomeno della criminalità giovanile: non è solo un problema di ordine pubblico, ma un sintomo di disagio sociale ed educativo. Le baby gang, gruppi di adolescenti protagonisti di rapine, aggressioni e comportamenti predatori, non sono un fenomeno uniforme ma piuttosto un insieme di manifestazioni di insofferenza, marginalità e ricerca di identità. Le statistiche mostrano che molti dei reati commessi dai minori – rapine, lesioni, minacce – sono frequentemente associati a dinamiche di gruppo piuttosto che ad azioni isolate. Rogoredo, quartiere di Milano spesso citato come simbolo di marginalità urbana, è diventato negli ultimi anni paradigma di una frattura profonda tra territorio e istituzioni. Le operazioni di controllo, pur necessarie, sembrano spesso risposte emergenziali, incapaci di affrontare le cause strutturali del disagio sociale. L’intervento armato di un agente fuori servizio – qualunque sia la valutazione giuridica finale – solleva interrogativi inquietanti: quanto è sottile il confine tra sicurezza e rischio? La percezione di insicurezza è amplificata anche dalla quotidiana esperienza delle persone nelle grandi città. Milano resta la provincia con la più alta incidenza di reati, con oltre 6.950 denunce ogni 100.000 abitanti, con Firenze e Roma che seguono con incrementi significativi. I grandi centri urbani, con le loro aree commerciali, stazioni di trasporto e spazi di aggregazione notturna, offrono molte “opportunità criminali” per attività predatorie. È proprio qui che nasce la principale sfida per le istituzioni ed il principio del ragionamento che dovrebbe sostenere la sinistra: conciliare la tutela della sicurezza con la costruzione di un modello di convivenza basato su fiducia, prevenzione e coesione sociale. La risposta esclusivamente repressiva, tanto cara alla destra ed accompagnata esclusivamente dall’inasprimento delle pene, come risposta sociale ed “elettorale”, rischia di produrre un effetto boomerang – più controlli, più arresti, ma anche più distanza tra cittadini e istituzioni – se non è accompagnata da investimenti in politiche educative, sociali e culturali capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza. La sicurezza urbana, infatti, non si limita alla lotta contro i reati, ma implica un più ampio lavoro di costruzione di comunità resilienti. Significa offrire ai giovani percorsi di formazione, opportunità di inserimento sociale e spazi di aggregazione positiva. Le baby gang non nascono dal nulla, così come il degrado urbano non è un destino inevitabile. Gli episodi di violenza e microcriminalità che hanno visto un incremento numerico negli ultimi anni, ci ricordano che la sicurezza non è solo ordine pubblico, ma un equilibrio fragile che richiede risposte articolate e di lungo periodo. Senza una visione complessiva che metta al centro la prevenzione e la coesione sociale, ogni intervento rischia di essere una toppa su una ferita che continua ad allargarsi, con costi sociali e umani troppo elevati per essere ignorati.

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