Non sarà il referendum a mandare a casa questo “governaccio”. Nei sondaggi prevale il sì alla separazione delle carriere

di Lorenzo Cinquepalmi

Si leggono e si sentono tanti, troppi, agit-prop dell’Anm affermare che bisogna votare no anche se si è favorevoli alla riforma, per “mandare a casa questo governaccio”. Sarebbe facile ironizzare sul turbamento che si cela dietro un simile argomentare, ma se si vuol essere concreti e costruttivi bisogna ricordare a tutti che questo governaccio è lì anche perché la sinistra non ha vinto le elezioni nel 2022, regalando a una destra tutt’altro che solida, anni di governo in cui rafforzarsi è guadagnare consenso. Se si continua in questa maniera, la destra ha ottime probabilità di restare lì anche dopo le prossime elezioni, perché la sinistra, fino a oggi, continua a essere incapace di capire i sentimenti del popolo e di mettere insieme una proposta politica vincente. Ne è un esempio clamoroso questa insensata opposizione a una riforma che abbiamo sempre sostenuto, che il principale partito di opposizione, il Pd, aveva nel suo programma elettorale, e che non è stata mai realizzata. A parte quello “di comodo” che si discosta, unico, da tutti gli altri, i sondaggi in circolazione dicono che la maggioranza degli elettori del centro sinistra, e perfino degli elettori dei Cinque stelle, votano sì. E intanto il centrosinistra, compreso qualche sedicente socialista, resta autolesionista. Quella per la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è questione che sia possibile risolvere superficialmente, in termini di sostegno o contrasto al governo di destra. È una battaglia di libertà, una battaglia di democrazia, una battaglia di giustizia. Ma, soprattutto, è una battaglia che non ha a che vedere con la contesa politica: per contrastare la destra e il governo Meloni bisogna organizzarsi per vincere le elezioni, non affossare una riforma che è sempre stata nei programmi della sinistra riformista, che corrisponde al senso stesso della sinistra liberale. Mentre la battaglia dell’Anm è una battaglia corporativa, scatenata da quella minoranza di soggetti aggrappati al potere di fatto sulle carriere dei magistrati che tutti abbiamo conosciuto leggendo le intercettazioni del caso Palamara (che, per chi non lo ricordi, era un pubblico ministero presidente dell’Anm). Una minoranza che ha tanta influenza nella società da far schierare personaggi insospettabili: dai politici di sinistra che affermano di essere favorevoli alla separazione delle carriere ma votano no contro il governo, a un noto (e apprezzato, anche da chi scrive) cardinale. È già successo che la chiesa invadesse il campo della politica, in passato. Nella prima Repubblica, molte volte. Ma in occasione dei referendum i precedenti sono nel ricordo di tutti: le prese di posizione della gerarchia cattolica erano state per l’abrogazione del divorzio e per l’abrogazione dell’aborto. Quindi, caro Zuppi, grazie: non c’è due senza tre. E grazie anche a Mons. Baturi, che ha fatto sapere agli italiani che la Conferenza Episcopale non dà indicazioni di voto. Quanto e come questo referendum spacchi schieramenti e società civile è sotto gli occhi tutti, facendo germogliare posizioni così inusitate da imporre domande su quali ragioni stiano dietro a ciascuna di esse: prese di posizione che contraddicono vite politiche intere, che calpestano la coerenza, che negano l’evidenza, che sostengono l’insostenibile. Questo deve far capire che dietro alla battaglia contro la riforma scatenata da una piccola parte della magistratura, con il reclutamento di chiunque potesse essere reclutato, non ci sono né ideali né altro: è la battaglia per la vita di chi non vuole rinunciare a una posizione di dominio indebitamente costruita negli ultimi trent’anni. Ma non si deve essere così rozzi da sostenere che il voto favorevole alla riforma sottoposta a referendum deve essere espresso contro queste posizioni. Bisogna votare sì perché in un Paese moderno, come l’Italia aspira essere, i giudici devono essere indipendenti prima di tutto dai pubblici ministeri. Perché in un Paese moderno, liberale e democratico, ogni condizionamento indebito e trasversale rappresenta una lesione della libertà e della democrazia. E perché, per chiunque, fidarsi di chi nega e mistifica l’evidenza è un errore. Se la sinistra, le forze di progresso, che aspirano a sostituire la destra nel governo del Paese, non sono capaci di comprendere tutto questo, si condannano a non raccogliere il consenso necessario a essere maggioranza.

 

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