Quelle catene che rendono l’Ungheria indegna dell’Europa

di Andrea Follini

Le immagini di Ilaria Salis tradotta in catene, mani e piedi, nell’aula di un tribunale di Budapest, ci lasciano indignati perché ben distanti dai canoni ai quali siamo abituati nel nostro Paese, dove il codice di procedura penale specifica che l’imputato debba assistere all’udienza libero nella persona, anche se detenuto, salvo che in questo caso siano necessarie cautele per prevenire il percolo di fuga o di violenza. Per nulla indignato è invece apparso il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjarto, ma piuttosto stupito – come ha dichiarato al giornale ungherese Magyar Hirlap – del clamore suscitato dalle immagini trasmesse dalla stampa italiana e di come Salis sia stata presentata all’opinione pubblica come una vittima, non invece come una pericolosa criminale, membro di un’organizzazione radicale di estrema sinistra, arrivata in Ungheria con la chiara intenzione di catturare persone indifese ed innocenti per picchiarle a morte per strada, secondo un progetto premeditato e pianificato. Parole molto forti, che sembrano già una sentenza pur, come sembra, in assenza di qualsiasi denuncia presentata dalle persone offese, e che possono far presagire quale sia il clima che si respira a quelle latitudini, in tema di diritti. Già le immagini di fine gennaio quanto Ilaria Salis venne condotta in tribunale dal carcere per la prima udienza del processo che la vede imputata per “lesioni potenzialmente mortali” a carico di tre neonazisti ungheresi, avevano lasciata sgomenta l’opinione pubblica italiana; situazione che si è ripetuta lo scorso 28 marzo quando l’insegnante milanese è entrata in aula manette ai polsi, ceppi e catene alle caviglie, e una catena, a guisa di guinzaglio, con la quale veniva tirata in avanti. La stessa Salis ha consentito, con una nota scritta di suo pugno, di esser ripresa in quella condizione di costrizione, perché altrimenti la stampa e le televisioni non avrebbero potuto trasmettere in Italia quelle immagini. Questo trattamento in Ungheria non riguarda ovviamente solo questo caso ed il fatto che agli arresti, in attesa di giudizio, vi sia una cittadina italiana antifascista. È una condizione generalizzata, che fa apparire il Paese magiaro non adeguato agli standard europei, e c’è da chiedersi se questo atteggiamento nei confronti delle persone private della libertà personale, risponda ai principi dell’art. 5 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, secondo il quale “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”. Ed è proprio sull’ultimo aggettivo che si vuol porre la riflessione. Che il governo ungherese sia sotto esame da parte dell’Europa per la continua violazione dei diritti, è cosa nota, tanto è vero che copiosi finanziamenti legati al New Generation EU sono stati in passato bloccati da Bruxelles fintanto che Budapest non avesse dato segnali evidenti di voler risolvere la questione, riallineando il Paese ai valori europei. È il caso della sentenza del luglio 2023 con la quale la Corte europea dei diritti umani ha sancito che l’Ungheria ha violato i diritti delle persone transgender, non mettendo in atto misure adeguate al riconoscimento legale del genere; ma anche della decisione vincolate con la quale la Corte europea di giustizia ha stabilito che il Paese magiaro ha violato le leggi dell’Unione europea obbligando le persone in cerca di protezione internazionale, ad avviare le relative pratiche d’asilo in altri Paesi (in via principale in Serbia). A questo non si può mancare di aggiungere come sia particolarmente grave la condizione dei diritti delle persone detenute nelle carceri ungheresi. Hungarian Helsinki Commitee, il Comitato Ungherese di Helsinki, è un’organizzazione non governativa per i diritti umani fondata nel 1989 e con sede a Budapest ed è membro della Federazione internazionale di Helsinki per i diritti umani e del Consiglio europeo sui rifugiati e gli esiliati. Lo scorso 4 febbraio ha pubblicato un rapporto sul disinteresse dimostrato dal governo ungherese per i diritti umani delle persone detenute, evidenziando le principali preoccupazioni sulle condizioni delle carceri nel Paese. Il rapporto mette in luce che nonostante siano passati nove anni dalla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per aver violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti a causa della condizioni delle sue carceri, nulla sia stato fatto. In particolare il rapporto rileva l’uso sproporzionato delle contenzioni fisiche nel tradurre gli imputati in tribunale, pratica che viola i principi nazionali ungheresi oltre che gli standard stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Infine evidenzia la situazione, non tanto diversa da quella nel nostro Paese, del sovraffollamento carcerario, che in Ungheria si è recentemente acuito a causa della scarsità di pene alternative al carcere e al numero molto elevato di persone messe dietro le sbarre in attesa di giudizio, com’è il caso di Ilaria Salis, nell’ordine del 25% della popolazione carceraria (in Italia è il 14). Una situazione quindi tutt’altro che in linea con l’Europa, che mette in evidenza, qualora ve ne fosse ancora bisogno, come l’affievolirsi del rispetto dei diritti vada pari passo con la diminuzione delle libertà e della democrazia. Una condizione che dovrà necessariamente essere messa nell’agenda politica della prossima Commissione europea, anche nell’ottica della revisione dei trattati, se l’Europa non vorrà trovarsi imbrigliata in un laccio nazionalista. In questo contesto il silenzio del governo italiano, non solo mantenuto ma addirittura richiesto (per facilitare l’interlocuzione con Budapest, si dice, ma non si spiega come) è assordante. I “patrioti” che tanto rumore fecero per i Marò, non sono capaci di spendere una parola con l’amico Orban per chiedere condizioni più umane e dignitose di detenzione per una cittadina italiana. Forse perché dichiaratamente di sinistra? Al solito, salva la correttezza istituzionale il Presidente della Repubblica che, rispondendo ad un appello del padre di Ilaria, garantisce il proprio intervento, nei limiti delle competenze, rompendo il muro di silenzio e ridando, davvero, dignità alla causa per la quale Ilaria Salis , a nome di molti, sta sopportando quei ceppi.

 

 

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