Processo Ponte Morandi: una prima riflessione dal Tribunale alla città di un avvocato di parte civile. Il dramma di Genova tra carenza di cultura industriale e mancanza di sicurezza

di Fabio Panariello

L’esito del processo per i tragici fatti del crollo del Ponte Morandi, non può non sollecitare una riflessione più ampia sul ruolo della giustizia nella società italiana. Il processo non dovrebbe essere infatti una mera punizione dei responsabili, quanto un concreto e razionale contributo all’accertamento della verità degli accadimenti, pur nei limiti di una “verità giudiziale” non sempre coincidente con la più ampia e complessa “verità storica”. Basti qui rammentare la nota vicenda della “strage di Piazza Fontana” in cui all’esito di un iter giudiziario pluridecennale, non potendo giungere alla punizione dei colpevoli, già giudicati ed assolti in via definitiva dalla Corte d’assise di Catanzaro, l’ordinanza del Gip di Milano dottor Salvini ha comunque fornito una ricostruzione dell’attentato individuando una precisa responsabilità in capo agli aderenti alla cellula veneta del movimento neo fascista “Ordine Nuovo”, soddisfacendo così quell’esigenza di verità posta a fondamento di una società libera. Compito del Tribunale di Genova nel caso di specie è stato quello di fornire una spiegazione razionale ad uno dei maggiori fallimenti ascrivibili all’industria italiana moderna. La vita del Viadotto Polcevera trova la sua origine negli anni della ricostruzione economica 1967, attraversa il periodo delle privatizzazioni dei primi anni ’90 e si conclude nel collasso dell’agosto 2018. Emerge qui quella carenza di una reale cultura industriale in capo alla classe dirigente pubblica e privata la quale, a partire dal secondo dopo guerra, si è trovata a gestire l’apparato produttivo del Paese, come evidenziato negli scritti profetici e non creduti del senatore Luigi Einaudi. Basti valutare come ad oggi il quadro normativo in tema di sicurezza delle opere stradali risale ancora alla circolare emanata dal Ministro socialista Giacomo Mancini nel ’67, nel pieno della stagione riformista dei Governi del primo Centro-Sinistra. A partire dal 1996 il viadotto Polcevera si trovava ad essere assegnato ad una azienda, quella dei fratelli Benetton, fino ad allora del tutto estranea al mondo dell’industria pesante e delle reti di trasporto. Un’opera che avrebbe dovuto essere il simbolo del rinascimento tecnologico della Repubblica costituiva un peso economico e gestionale per il concessionario, evidentemente privo dei requisiti minimi necessari all’esercizio dell’incarico assunto. Si deve per altro riconoscere in capo al Tribunale ed alla Città di Genova una serietà non comune nel far fronte alla tragedia vissuta dalla collettività del capoluogo ligure colpita nella vita e della dignità dei suoi cittadini. Tale sobrietà nel dolore è testimoniata dalla assenza di iniziative attivate da parte dei colleghi difensori degli imputati finalizzati ad ottenere il trasferimento del processo ad altra sede per incompatibilità ambientale. In un sistema della Giustizia in crisi, anche a seguito del recente esito del Referendum, la Corte genovese ha saputo condurre il procedimento nel pieno rispetto dei diritti delle difese, con compiuta attuazione dei principi inderogabili del Giusto processo. Anche le parti, PM e difese, pur nella inevitabile dialettica delle tesi contrapposte, si sono confrontate nel reciproco rispetto riuscendo ad evitare quella sovraesposizione mediatica ormai abituale nelle vicende criminali di maggiore rilievo. Per altro, la compostezza della Curia e della polis genovese trova una lunga tradizione nelle carte giudiziarie. Negli anni ’70 la Procura di Genova rappresentata dal dottor Francesco Coco, poi assassinato per mano dei sicari delle Br, Pcc, seppe celebrare il processo al gruppo terroristico “XXII Ottobre” malgrado uno dei procuratori, il dottor Mario Sossi, fosse allora nelle mani dei brigatisti, i quali ne minacciavano l’esecuzione ove non fossero immediatamente scarcerati gli imputati. Per concludere, la coincidenza tra la lettura della sentenza di Genova e i cinquant’anni dal disastro di Seveso, può essere di auspicio per una nuova stagione di riforme. Nel 1976 l’incidente alla fabbrica ICMESA portò ad una nuova regolamentazione dei rapporti industriali ispirata alla tutela della sicurezza e dell’ambiente. Lo stesso Governo Dc/Pli di Andreotti dovette riconoscere alle donne in gravidanza coinvolte nella contaminazione, la facoltà di ricorrere all’aborto terapeutico in assenza di una specifica legislazione in tema di interruzione di gravidanza, aprendo le porte alla successiva legge promossa dal socialista Loris Fortuna. Forse dal dramma di Genova potrà nascere nel legislatore una maggiore sensibilità al tema della sicurezza in favore di lavoratori ed utenti tesa a sanare la perdurante piaga delle morti bianche.

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