Paolo Rossi era un ragazzo come noi

di Mike di Ruscio

Salendo la scalinata della facoltà di Lettere, all’interno della città universitaria della Sapienza di Roma, si arriva in cima dove, dal 1993, è presente una targa in marmo che recita: «In memoria di Paolo Rossi, qui ucciso dai fascisti il 27 aprile 1966». Sono trascorsi sessant’anni esatti da quel tragico evento. Quella mattina l’università era in subbuglio. Erano in corso le elezioni per il rinnovo degli organismi di rappresentanza studentesca. Vi erano scontri e accuse di brogli. Il clima era teso. Paolo era uno studente di Architettura di diciannove anni, iscritto alla Federazione Giovanile Socialista e all’associazione studentesca Goliardi Autonomi. I suoi genitori avevano partecipato alla Resistenza. Era un ragazzo che viveva il suo tempo con impegno e che non cercava lo scontro; anzi, cercava sempre la mediazione: era “un ragazzo come noi”, come recita un passo della canzone Giulio Cesare di Antonello Venditti, riferendosi proprio a lui. Quella mattina Paolo si trovava lì: aveva presentato domanda per la sessione d’esame quando un gruppo di neofascisti aderenti a Primula Goliardica lo aggredì violentemente (anche con pugni di ferro), sferrando colpi prima alla testa e poi allo stomaco. A seguito di quel pestaggio, poco dopo, accusò un malore che lo fece precipitare dal parapetto della scalinata. Trasportato prima al Policlinico e poi al San Giovanni, morirà nella notte. La morte di Paolo (la prima, purtroppo, di una lunga serie) fa emergere un dato incontrovertibile: il grado di violenza dei gruppi neofascisti, tollerati dalle autorità accademiche, in modo particolare dal rettore Giuseppe Ugo Papi, figura controversa e altro protagonista di questa storia, ma in senso negativo. Infatti, mentre l’intero Paese – studenti, intellettuali, politici e amministratori – si stringe attorno alla famiglia Rossi, Ugo Papi minimizza l’accaduto definendolo un “semplice incidente”, come dichiarò nella seduta del Senato accademico del 2 maggio 1966. Anche la stampa di destra, in quei giorni, non sarà da meno, riconducendo la morte di Paolo a una “crisi epilettica”, a “problemi cardiaci”, o addirittura a “fragilità psichiche”. Le dimissioni di Papi arriveranno il 3 maggio 1966, dopo una sollevazione di studenti, professori universitari e intellettuali come Edoardo Amaldi, Giulio Carlo Argan, Guido Calogero, Lucio Lombardo Radice, Natalino Sapegno, Paolo Sylos Labini, per citarne alcuni. Per molti, la morte di Paolo diventa un monito per un impegno politico più ampio. Bruno Zevi, docente di Architettura (la facoltà di Paolo), dichiarò: «Fu la morte di Paolo Rossi a rivelare tutto questo, a determinare un’esplosiva riscossa delle forze democratiche, a svegliare il Parlamento e il Governo, a imporre un radicale mutamento di costume nella direzione universitaria». Per comprendere la forza sprigionata da questo evento, basta vedere il documentario su You-Tube “A Paolo Rossi nostro compagno”. L’orazione funebre che si tenne sulla scalinata del Rettorato, davanti alla Minerva, accolse una folla oceanica. Dalle immagini si scorge Ferruccio Parri (che tenne un discorso), insieme all’intero gruppo dirigente del Partito Socialista, da Pietro Nenni a Riccardo Lombardi, esponenti del Partito Comunista, intellettuali, studenti e scrittori come Carlo Levi. La Sapienza lo ha ricordato esattamente il 27 aprile con un convegno, “Paolo Rossi. Un ricordo e un impegno”, e una tavola rotonda, “Ricordare Paolo Rossi”, alla quale era presente Orietta Rossi, sorella di Paolo. Ricordarlo è un dovere morale per ristabilire la verità storica contro le rimozioni, le ambiguità e le responsabilità delle istituzioni che fecero finta di non vedere ciò che era evidente. Ma soprattutto è necessario per rimarcare una distanza da quelle violenze che, di lì a poco, avrebbero caratterizzato un’intera stagione politica.

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