di Roberto Lopane, Segretario Federazione Psi di Imola
Da quattro anni il governo Meloni ripete lo stesso slogan: record di occupati, disoccupazione ai minimi storici, mercato del lavoro “in salute”. I numeri, letti superficialmente, sembrano dar loro ragione: il tasso di disoccupazione è sceso intorno al 5%, il più basso dall’inizio delle serie storiche Istat nel 2004. Ma un conto sono i titoli, un altro è la sostanza. Il trucco del “meno disoccupati”. Il calo della disoccupazione non equivale a più lavoro buono. Diversi rilevamenti Istat del 2026 mostrano mesi in cui gli occupati scendevano mentre calava anche la disoccupazione: il motivo è l’aumento degli inattivi, che escono dal computo statistico. A marzo 2026 l’Italia ha perso 12mila occupati in un mese, gli inattivi sono cresciuti di 46mila unità e il tasso di inattività giovanile ha sfiorato l’80%. Un dato che il governo non sventola sui social. Il vero problema: la qualità del lavoro. Il nodo non è quante persone lavorano, ma come lavorano e quanto guadagnano. Secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro su dati Inps, quasi il 48% dei dipendenti privati percepisce meno di 20mila euro lordi l’anno, e oltre il 73% di chi sta sotto quella soglia ha un contratto instabile: part-time involontario, stagionale o a termine. Secondo l’Istat, oltre 2,5 milioni di occupati – circa il 10% del totale – restano a rischio povertà pur lavorando: i working poor. Il governo preferisce non discutere un altro dato: secondo l’Inapp, tra 2,2 e 2,6 milioni di dipendenti guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora. L’Italia resta l’unico Paese del G7 senza un salario minimo legale, affidando la tutela salariale solo alla contrattazione collettiva, sempre più frammentata e disattesa da contratti pirata firmati da sigle sindacali di comodo. Riforme promesse, riforme mancate. Nel 2022 la coalizione di centrodestra si è presentata con un programma ricco di promesse sul lavoro: riforma fiscale organica, taglio strutturale del cuneo fiscale, piano industriale per attrarre investimenti, contrasto alla delocalizzazione. A quattro anni di distanza il bilancio è magro: il taglio del cuneo fiscale è stato prorogato anno per anno con misure emergenziali, mai reso strutturale; la riforma fiscale si è arenata dopo i primi decreti attuativi; il salario minimo, proposto dalle opposizioni, è stato bocciato e sostituito con un rinvio alla contrattazione collettiva che non ha risolto il problema dei 2,5 milioni sotto la soglia di povertà salariale. Non è una critica ideologica: sono impegni pubblici che il governo stesso ha messo nero su bianco e non ha completato. L’assenza di una politica industriale. Il vero limite di questi quattro anni è la mancanza di una strategia industriale di lungo periodo: un piano pluriennale che indichi in quali settori l’Italia vuole competere nel prossimo decennio – energia, semiconduttori, manifattura avanzata, transizione ecologica. Senza una politica industriale strutturale, il lavoro resta ostaggio della congiuntura: si assume quando il ciclo tira, si licenzia o si precarizza quando rallenta, come confermano i dati 2026 su occupazione giovanile e femminile. Perché il salario minimo deve essere garantito, non “giusto”. Il governo continua a rispondere che un salario minimo per legge “appiattirebbe” i contratti collettivi migliori. È un argomento che ribalta la realtà: un salario minimo legale non sostituisce la contrattazione, fissa un pavimento sotto il quale nessun contratto – nemmeno quello firmato da sindacati compiacenti – può scendere. La differenza è politica, non tecnica: un salario “giusto” lascia decidere il mercato; un salario garantito dice che sotto una certa soglia lo Stato non permette che si scenda, punto. Una proposta socialista per rilanciare l’industria italiana. Serve un cambio di paradigma, su tre assi: salario minimo legale garantito, agganciato al costo della vita, come pavimento invalicabile sopra cui la contrattazione collettiva continua a operare liberamente; un piano industriale pubblico decennale, con una cabina di regia stabile che indirizzi investimenti pubblici e incentivi privati verso i settori strategici, con vincoli occupazionali come contropartita degli incentivi alle imprese; contrasto strutturale alla precarietà, trasformando in via prioritaria i contratti part-time involontari e a termine in tempo pieno indeterminato, e sanzionando l’uso sistematico del contratto a termine come sostituto dell’assunzione stabile. Non si tratta di tornare a un dirigismo statale del passato, ma di riconoscere che il mercato da solo, lo dimostrano quattro anni di dati, non produce buona occupazione né salari dignitosi. Serve uno Stato che pianifichi, che garantisca diritti minimi non negoziabili, e che smetta di misurare il proprio successo sui titoli dei telegiornali invece che sulla vita reale di chi lavora e resta povero.



