di Domenico Oliva
Un paradosso sottile e inquietante attraversa l’epoca che viviamo. In un mondo che celebra la velocità delle connessioni e il progresso tecnologico, riaffiorano con forza antichi fantasmi che si credevano superati per sempre: la povertà dilagante, la precarietà cronica, il degrado sociale che consuma le periferie umane e urbane. Non si tratta di spiacevoli incidenti di percorso, ma delle crepe profonde di un sistema che ha smesso di redistribuire opportunità e dignità. Chi conosce la storia sa bene che queste fratture non rappresentano un’inedita anomalia, ma la riproposizione di drammi già vissuti. È il filo rosso che lega i costi umani della prima rivoluzione industriale alle tensioni sociali del primo dopoguerra, fino alle macerie fisiche e morali del periodo post-bellico. In ognuno di questi snodi, la società si è trovata di fronte allo stesso bivio: abbandonare i più deboli al peso del cambiamento o costruire risposte collettive capaci di garantire la tenuta democratica. Di fronte alle masse contadine e operaie sparte e prive di tutele alla fine dell’Ottocento, Filippo Turati indicò una strada precisa sintetizzata nel suo celebre monito: «Il socialismo è l’emancipazione dei lavoratori avanzata per mano dei lavoratori stessi». Quell’espressione non era una vuota formula dottrinaria, ma la consapevolezza che senza riscatto sociale non può esistere alcuna vera libertà individuale. Quando oggi intere periferie si trasformano in luoghi di abbandono, privi di servizi essenziali e di speranza, si assiste esattamente alla cancellazione di quell’idea di emancipazione, sostituita da una nuova forma di solitudine. Le tensioni che stiamo accumulando richiamano da vicino le fragilità del periodo pre-fascista, quando l’incapacità della politica di dare risposte concrete alla disoccupazione e all’impoverimento finì per spalancare le porte alle illusioni autoritarie e al populismo radicale. Pietro Nenni, con la sua inconfondibile foga e con lo sguardo costantemente rivolto agli ultimi, amava ripetere una frase che suona come una diffida permanente: «I problemi sociali non si risolvono con la polizia, ma con la giustizia sociale». Era la presa d’atto che il degrado e la disperazione non si domano con la repressione o con l’indifferenza delle istituzioni, ma rimuovendo le cause materiali della sofferenza. Un monito drammaticamente attuale di fronte al risveglio delle marginalità urbane. Di fronte alle macerie del secondo dopoguerra, quando l’Italia doveva letteralmente essere ricostruita, la sfida non fu soltanto materiale, ma civile. Fu allora che Antonio Giolitti insistette sull’urgenza di una «programmazione per lo sviluppo e per la giustizia», ponendo l’accento sulla necessità di «governare l’economia per non esserne governati». Giolitti vedeva con estrema chiarezza il rischio di uno sviluppo disordinato, capace di creare ricchezza per pochi e marginalità per molti che è quanto accade sempre più negli ultimi lustri. Oggi, di fronte alle trasformazioni del mercato del lavoro e alle sfide dell’innovazione tecnologica, l’assenza di quella visione programmatoria rischia di produrre nuove sacche di emarginazione nei quartieri dimenticati delle nostre città. Riconoscere l’attualità di queste intuizioni significa comprendere che i problemi della povertà, del lavoro fragile e dell’abbandono territoriale non sono inevitabili condanne del presente, ma questioni politiche che richiedono scelte chiare. Il confronto con la storia non serve a rimpiangere il passato, ma a ritrovare il coraggio dell’azione; è l’unica via per restituire dignità ai luoghi dimenticati e voce a chi l’ha perduta.



