Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità

di Paolo Castronovi

C’è un verso di Dante che tutti conoscono, ma che pochi hanno davvero sentito risuonare nella carne: “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.” Fabrizio Pomes lo rovescia. Lo sfida. Lo trasforma in un atto di resistenza civile e morale. Il titolo del suo libro – Trovate la speranza o voi che entrate – non è una provocazione retorica: è un programma, una scommessa, forse persino una preghiera laica rivolta a chi entra in carcere e a chi, fuori, ha smesso di pensarci. Il volume si apre come una ferita e si chiude come una domanda. In mezzo, c’è tutto ciò che la società preferisce non vedere: celle sovraffollate, silenzi che pesano come muri, fragilità psichiche abbandonate a sé stesse, solitudini che scivolano verso i gesti più irreversibili. Pomes conosce quel buio dall’interno, perché lo ha abitato. La sua testimonianza non è la confessione di chi cerca assoluzione, né il pamphlet di chi cerca vendetta. È qualcosa di più raro e più difficile: uno sguardo onesto su un’esperienza che deforma il tempo, cancella l’identità e riduce una persona – spesso – al solo perimetro del proprio errore. Ciò che distingue questo libro da molte altre narrazioni sul mondo carcerario è la sua architettura corale. Accanto alla voce dell’autore si moltiplicano quelle di chi il carcere lo attraversa ogni giorno con ruoli diversi: operatori penitenziari, volontari, docenti universitari, giuristi, rappresentanti istituzionali. Voci che non sempre concordano, che portano prospettive talvolta distanti, ma che convergono su una convinzione comune: il carcere non può ridursi a mero contenitore della pena. Deve essere – o almeno aspirare a essere – uno spazio di responsabilità, di ascolto, di possibile rinascita. La prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi conferisce al testo una profondità spirituale priva di ogni retorica consolatoria. Zuppi non edulcora il dolore: lo abita con quella capacità, tutta sua, di stare dentro le contraddizioni del mondo senza schivarle. Le sue parole ricordano che nessun essere umano può essere definitivamente identificato con il proprio passato, e che la speranza – per essere tale – deve poter varcare anche i cancelli della pena. Ancora più sorprendente, per certi versi, è la postfazione di Alessandro Bergonzoni. Il suo sguardo – poetico, obliquo, capace di spaccare il linguaggio per trovare ciò che il linguaggio ordinario nasconde – trasforma la chiusura del libro in una nuova apertura. Bergonzoni non descrive il carcere: lo abita con le parole, lo interroga, lo restituisce al lettore come uno specchio scomodo in cui guardare non i detenuti, ma noi stessi e la nostra idea di giustizia. Perché è questo, in fondo, il contributo più autentico del libro: spostare lo sguardo. Non chiedere comprensione per i reati, non invocare impunità, ma esigere – con la forza tranquilla di chi ha sofferto e poi ha scelto di parlare – che la società non smetta di riconoscere l’umanità di chi ha sbagliato. Una società che rinuncia a credere nel cambiamento, avverte Pomes, finisce per rinunciare all’uomo. E in quella rinuncia si condanna essa stessa. Trovate la speranza o voi che entrate è un libro necessario. Non comodo, non rassicurante, ma necessario. Perché il carcere non è altrove: è una domanda che la società fa a sé stessa ogni giorno, e che troppo spesso preferisce lasciare senza risposta. Un testo che non chiede indulgenza. Chiede attenzione. E, alla fine, chiede coraggio.

 

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