di Nautilus
Per difendere la sua idea di riaprire il Padiglione russo a Venezia, il direttore della Biennale Pietrangelo Buttafuoco si è vestito da difensore della libertà dell’arte, niente meno che da libertario. Un pathos studiato per fare rumore, per provare ad oscurare i contro-argomenti. Buttafuoco fa finta di non capire, ma non si può mischiare la libertà della cultura con la libertà concessa ad un Paese imperialista di farsi propaganda, attraverso un Padiglione gestito direttamente dal regime putiniano. La libertà della cultura e la libertà di propagandarsi sono due cose diverse. Facile a capirsi. La Russia è di fatto una dittatura, gli oppositori vengono scoraggiati sino a sopprimerli e dunque gli “artisti” da inviare al Padiglione di Venezia sono ben selezionati, decisi da Putin e dai suoi sodali e non sulla base di una scelta artistica ma propagandistica. In questa vicenda è stato chiamato in causa anche Israele ma il parallelo non regge: in quel Paese, disastrosamente guidato dal suo premier e da un governo di estrema destra, esiste una vita culturale autonoma dal governo. Per capirsi meglio: non riaprire il Padiglione non sarebbe un bavaglio agli artisti russi ma a tutti quei soggetti legati al governo e al suo capo. Gli artisti russi continuano ad essere accolti e applauditi in Italia in queste settimane: come nel caso del pianista Grigorij Sokolov, russo di Leningrado, protagonista di un splendido concerto, applauditissimo all’Auditorium di Roma. Se proprio il direttore Buttafuoco voleva impegnarsi in una causa di libertà avrebbe potuto invitare non gli artisti del consenso ma quelli del dissenso. In queste settimane è stato ricordato il precedente della Biennale del dissenso del 1977. Un ricordo sbiadito e mal ricordato. Allora il socialista Carlo Ripa di Meana, rilanciando un’idea di Claudio Martelli, organizzò un evento di portata europea che diede voce a dissidenti, ai perseguitati e ai prigionieri dei regimi comunisti. Sino ad allora nessuno aveva fatto qualcosa di quel respiro e nessuno lo avrebbe ripetuto. Un evento di portata europea che diede grande risonanza e respiro personale ai perseguitati, che erano arrivati a fatica a Venezia da tutto il mondo. E fu, quello sì, un tributo alla libertà della cultura.



