Il Ponte ha il sentiero stretto. Il gigante con i piedi d’argilla

di Stefano Amoroso

Quando i carabinieri del Ros, lo scorso 8 giugno, su ordine della Procura di Roma, hanno eseguito perquisizioni a carico di tre personaggi chiave del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, che dovrebbe essere il ponte a campata unica più lungo del mondo, nel mondo della politica che conta, in provincia come a Roma, nessuno si è stupito più di tanto. Infatti, dopo la bocciatura della Riforma Nordio, lo stop all’autonomia differenziata e la stasi del progetto di premierato, e visto che ormai anche i sassi hanno capito che questa legislatura si avvicina ai titoli di coda, era ovvio che anche il mastodontico progetto del Ponte sullo Stretto di Messina fosse destinato a finire nell’oblio. Progetto di vecchia data, rilanciato da Berlusconi e ripreso con entusiasmo e determinazione da Salvini, il Ponte sullo Stretto continua a dividere i commentatori come poche opere pubbliche: o si ama, o si odia; quasi non esistono vie di mezzo. Tra i pochi che lo hanno commentato per quello che è, cioè una grande opera infrastrutturale che può avere un impatto importante sullo sviluppo del Mezzogiorno, ci sono i socialisti. I quali, ieri come oggi, distinguono le vicende giudiziarie dal progetto in sé: ovvero, sarebbe importante valutarlo da un punto di vista tecnico e della sua utilità intrinseca, senza farsi condizionare più di tanto dalle presunte (e tutte da dimostrare, naturalmente) malefatte di alcuni personaggi che hanno lavorato al dossier. Ancora una volta, però, si può stigmatizzare il metodo scelto dal Governo Meloni: infatti, presentando questo progetto, insieme a tutte le riforme citate pocanzi, come una svolta epocale per tutto il Sud, e come simbolo della buona azione del Governo, si è sovra-esposta mediaticamente l’opera e si sono attirate le critiche veementi di una parte consistente dell’opposizione. Anche per via dei costi (circa 14 miliardi di euro, non proprio una cosuccia) e dei rischi legati alla sua stabilità, visto che dovrebbe attraversare un’area altamente sismica ed instabile dal punto di vista geologico. Tuttavia, come abbiamo scritto in più di un’occasione su queste pagine, il progetto del Ponte non sarebbe né il primo, né l’unico, che verrebbe realizzato su aree “complicate” dal punto di vista geologico. Altrove, sia in Italia che nel resto del mondo, si sono fatte cose ancora più complesse che hanno resistito egregiamente: si tratta dunque, come sempre, di adottare le giuste accortezze tecniche e dare la priorità alla sicurezza dei cittadini che sono chiamati ad usufruire dell’opera. D’altra parte, l’Italia, come sappiamo, è il Paese delle opere incompiute: erano ben 393 a fine 2020 e sarebbe curioso sapere se, e quanto, il Pnrr abbia contribuito a ridurre tale numero abnorme. La Sicilia, con 133 opere incompiute, svetta in cima a questa triste classifica, seguita da Sardegna, Abruzzo, Lombardia e Calabria. Tuttavia, se guardiamo al rapporto tra le opere ferme ed i residenti, in cima alla classifica troviamo le tre Regioni meno popolose del Mezzogiorno: Molise, Basilicata e Sardegna. La Sicilia arriva quarta, e la top five di questa classifica della vergogna è chiusa dall’Abruzzo. In pratica, quasi ogni Regione italiana ha le sue opere incompiute: solo in Trentino-Alto Adige non esistono esempi di opere non finite. Il costo per i cittadini è elevato: circa un miliardo di euro all’anno. Il che, se consideriamo che alcune opere sono in attesa di essere terminate da decenni, costituisce un conto molto salato per il contribuente italiano. Salato, poi, è la parola giusta anche per un altro motivo: la maggior parte delle opere incompiute o da rifare, infatti, sono dighe e condutture idriche. Il che comporta la perdita di un’ingente quantità di acqua potabile, che è un danno ancora più grave per il Sud e soprattutto per il settore agricolo e gli allevamenti. Sarebbe auspicabile, dunque, che tutti, sia in maggioranza che all’opposizione, dedicassero un po’ del loro prezioso tempo a capire come sbloccare opere ferme in alcuni casi da decenni, oppure, se ciò non fosse possibile, provvedano ad abbandonarle definitivamente. Gl’italiani non meritano di pagare all’infinito per colpe di pochi progettisti, politici, faccendieri, o per inchieste che durano decenni senza approdare a nulla ed a nessuna certezza giuridica.

 

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