di Giada Fazzalari
Tania Terrin aveva 39 anni. È stata uccisa nella sua casa di Camponogara, nel Veneziano, nella notte di ferragosto. Il suo ex compagno, Dino Keber, è stato trovato morto poche ore dopo: si era tolto la vita. Con buona pace di Roberto Vannacci, che tra un bagno al mare e la caricatura di sé stesso sostiene che il femminicidio non esiste, quello accaduto nel veneziano non è un assassinio, ma l’ennesimo femminicidio. E però, siccome siamo un popolo che oscilla tra la vittimizzazione e la traumatizzazione degli eventi, sono anni che alle donne vittime di violenza diciamo: “al primo segnale, chiedi aiuto”. La notizia sconvolgente che accompagna questo brutale femminicidio è che Tania aveva già chiesto aiuto denunciando l’ex compagno. Nei confronti dell’uomo era stato emesso un ammonimento del Questore. Un ammonimento. Le parole sono importanti e “ammonimento” non è quella più azzeccata. Anzi ci getta nell’avvilimento e nello sconcerto. Perché gli episodi di violenza c’erano stati, le minacce e i comportamenti persecutori pure. E allora, la domanda, certamente lecita e non ideologica ma drammatica nella sua semplicità, è la seguente: quando una donna denuncia, a cosa serve? È vero, se anziché entrare nelle pieghe della storia e del dramma delle donne che non ci sono più, entriamo nei numeri, questi sono positivi: negli ultimi due anni i femminicidi sono diminuiti del 18%. Ma un calo statistico non significa che il problema sia risolto. Il femminicidio non è soprattutto la storia dello sconosciuto che aggredisce una donna per strada. È molto più spesso la storia di una relazione nella quale controllo, possesso e violenza diventano strumenti di dominio. È il motivo per il quale limitarsi alla retorica del dopo delitto è vigliacco e penoso. Senza giri di parole, servono soprattutto strumenti che funzionino prima che la minaccia diventi omicidio. Il caso Terrin è doloroso proprio per questo. Non sappiamo granché: abbiamo visto una foto, l’abbiamo osservata, indagata. Ma sappiamo che esisteva una storia precedente di violenza e che una misura di prevenzione non è bastata. Non possiamo chiedere alle donne di cambiare casa, lavoro, città, abitudini e vita per sfuggire a un uomo violento. È l’uomo violento che deve essere fermato. Chi considera il femminicidio una fatalità privata o un assassinio come altri, nella migliore delle ipotesi intende spostare l’attenzione altrove, nella peggiore, sta facendo propaganda. Chi adotta la retorica che basti inasprire le pene per risolvere tutto, sta vedendo il dito e non la luna. Perché per Tania Terrin non possiamo più fare nulla. Per le prossime donne che denunceranno, invece, sì.



