Difesa comune Ue e gli “alleati accidentali”

di Stefano Amoroso

Mentre l’invasione russa dell’Ucraina supera i due anni, l’offensiva d’Israele a Gaza si avvia a superare i cinque mesi di durata, e l’Isis riprende la sua attività terroristica in grande stile, l’Europa continua a discutere sulla necessità e sulle modalità di approntare una difesa comune. Lo stallo pare essere quello degli strumenti di finanziamento di una difesa comune europea che a parole viene invocata da tutti, o quasi, e nella sostanza dei fatti viene boicottata da molti. Il primo ministro belga De Croo, presidente di turno del Consiglio della Ue, interrogato sullo stato dei colloqui, ha affermato che la divisione tra i 27 dell’Unione è la classica contrapposizione tra frugali e solidali. Tra i primi, anche se il primo ministro belga non lo ammette ufficialmente, ci sono la Germania ed i Paesi Bassi, seguiti da altri Paesi del Nord Europa, inclusi quelli che sono entrati recentemente nella NATO, ovvero Svezia e Finlandia. Al centro del dibattito, come al solito, c’è il meccanismo di finanziamento della spesa per una difesa comune europea. Di fronte alla proposta francese di emettere delle obbligazioni europee per finanziare la nuova spesa comune, il Governo tedesco si oppone e propone di utilizzare le risorse del bilancio comune europeo. Viene però da chiedersi quanto sia credibile che un bilancio comune risicato (si tratta di circa 184 miliardi di euro d’impegni), già ampiamente sotto stress per la necessità di finanziare la nuova politica agricola ed alimentare, e la svolta climatica comunitaria, riesca a produrre il miracolo di una difesa comune europea. E soprattutto, viene il dubbio se il Consiglio Europeo, che si riunisce più o meno una volta al mese, sia lo strumento più adatto per affrontare una questione cruciale in un momento di crisi epocale e globale, come questo. Tra una riunione e l’altra del Consiglio Europeo, infatti, veniamo inondati da bollettini di guerra quotidiani, provenienti dai quattro angoli del mondo. E non s’intravvede neanche un piccolo rallentamento di questa dinamica di guerra. Anzi, è tutto il contrario. Come è stato sottolineato da più fonti autorevoli, i Paesi della Ue, messi insieme, spendono molto più della Russia in tema di politiche per la difesa: 200 miliardi di dollari contro 80. Tuttavia, avendo 27 centri di comando diversi, e sistemi d’arma non sempre interoperabili, i Paesi della Ue sono in condizione d’inferiorità in campo militare. In realtà, l’Unione europea rappresenta il terzo maggior investitore al mondo, dopo Stati Uniti e Cina, in campo di sicurezza. E sono europei quattro dei sette maggiori esportatori di armi del mondo: Francia, Germania, Italia e Regno Unito (in quest’ordine, con l’Italia che è cresciuta più di tutti negli ultimi due anni) sarebbero membri a pieno titolo di un ipotetico “G7 della sicurezza”, insieme alle superpotenze USA, Russia e Cina. Tuttavia, i Paesi europei appaiono quanto mai divisi sia strategicamente che tatticamente. Più che alleati occidentali, sembrano accidentali, un gruppo di persone che si trova riunito per caso a parlare di cose per le quali non si sente pronto. Sotto sotto, diversi membri della Ue pensano ancora che la difesa europea verrà garantita a tempo indeterminato, e gratuitamente, dagli Stati Uniti d’America. Pia illusione, che non tiene conto del profondo cambiamento strategico, economico e sociopolitico che sta avvenendo a Washington. Nel migliore dei casi, infatti, il prossimo Presidente USA chiederà (pardon, imporrà) agli alleati europei di aumentare notevolmente la spesa pubblica in sicurezza, che attualmente è mediamente al 1,5%, per portarla al 4%. Il problema è che, però, in mancanza di un coordinamento continentale, saranno ben pochi i Paesi capaci di stimolare un’industria della sicurezza nazionale ed europea. Gli altri, non avendo un’industria domestica della sicurezza, molto probabilmente andranno a fare la spesa altrove. Cioè presso i due maggiori Paesi occidentali che si trovano fuori dai confini della Ue e che spendono ben più del 1,5% (ma in Europa c’è chi, come Spagna e Belgio, non arriva neanche all’1%) del loro Pil nazionale in sicurezza: parliamo di Stati Uniti e Regno Unito. È decisamente singolare vedere molti politici influenti, europarlamentari e leader europei che, mentre da un lato si stracciano le vesti per approvare direttive come quella sulle abitazioni ecologiche ed a bassi consumi, che comporterà costi elevatissimi e ritorni economici assai dubbi, dall’altra parte non vogliono investire seriamente in politiche di sicurezza: pare evidente che le due cose debbano procedere quanto meno parallelamente e che comunque non c’è un vero futuro ecologico e sicuro se guerra non cessa. Motivo per cui, come sapevano bene gli antichi, il miglior alleato della pace è la deterrenza: si vis pacem, para bellum.

 

 

 

 

 

 

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