Col “piano casa” il Governo si trasforma in società immobiliare e fa affari con la grande finanza

di Stefano Amoroso

Il “Piano Casa” presentato in pompa magna dal Governo Meloni lo scorso 30 aprile prevede 10 miliardi in 10 anni, per offrire fino a 100mila alloggi a prezzi calmierati. Si tratta di una media di 100mila euro ad alloggio, che nelle intenzioni del Governo dovrebbero agire come moltiplicatore finanziario e stimolare l’offerta di diverse centinaia di migliaia di alloggi a studenti e lavoratori fuorisede, giovani coppie e famiglie indigenti. Come tutte le iniziative sociali di questo Governo, fortemente intriso delle idee della destra sociale ed ostacolato dai contrasti interni tra le diverse anime che lo compongono, ci sono due lati della stessa medaglia. Quello che viene mostrato, alla luce del sole, non è uguale a ciò che è contenuto sul lato nascosto. Qualche esempio per capirci meglio. Il decreto, all’articolo 2, prevede finanziamenti a fondo perduto (970 milioni) ai Comuni per sistemare ed adeguare gli edifici di edilizia popolare con l’intervento di Invitalia, che si farà pagare fino al 2% del valore del progetto per questa preziosa assistenza tecnica. In realtà il decreto non parla solo di recupero, ma afferma che i fondi dovranno essere utilizzati sia per la manutenzione che il recupero di alloggi di edilizia residenziale pubblica, ed anche di alloggi sociali. Quindi non sono tutti fondi destinati a case popolari. Così come non garantisce affatto che le case popolari recuperate vadano tutte alle famiglie inserite nelle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio popolare. Sempre a proposito dei destinatari del decreto, l’articolo 1 menziona esplicitamente i giovani, sia studenti che lavoratori fuorisede, le giovani coppie ed i genitori separati. Si tratta sicuramente di fasce della popolazione che meritano attenzione ed aiuto, ma che difficilmente rientrano tra i destinatari delle case popolari. Che invece, in Italia come nel resto del mondo, sono pensate soprattutto per le famiglie povere con figli, sfrattate o comunque senza possibilità di avere un alloggio a prezzi popolari. Mentre invece uno studente fuori-sede, celibe e senza prole, potrebbe benissimo accomodarsi presso un parente od un B&B. Una misura per gli sfrattati nel decreto, in realtà, esiste: in un disegno di legge a complemento del decreto, infatti, si prevede una liberalizzazione delle esecuzioni di sfratto. È una misura scritta sotto dettatura dell’associazione dei proprietari di casa? Il sospetto è legittimo. Non è immune dalla “riforma” neanche il fondo morosità incolpevole che, pur essendo nato per sostenere le famiglie con sfratto da privati, diventa un fondo di garanzia per famiglie morose incolpevoli, con contratto di edilizia residenziale pubblica: in pratica, è lo Stato che assicura sé stesso contro l’eventualità che gl’inquilini non paghino perché vittime di una disgrazia o della perdita del posto di lavoro. Infine, va segnalata una novità clamorosa. L’articolo 5 del Decreto tratta l’aspetto della vendita di case popolari, prevedendo l’entrata in vigore di un apposito Decreto che verrà emanato entro 60 giorni dall’entrata in vigore del Piano Casa. Le linee guida del prossimo Decreto non fissano nessun limite percentuale di alloggi alienabili: in teoria, dunque, potrebbero anche essere tutti. Ma non è tutto: il ricavato della vendita, infatti, non andrà ai Comuni o agli enti gestori tipo Ater o Aler, ma a ridurre gl’interessi sul debito pubblico. Dove sta la difesa del diritto alla casa delle famiglie povere, che in teoria sarebbero i destinatari principali del decreto? Come sia possibile, in questo marasma, pensare di realizzare fino a 100mila alloggi popolari a canoni calmierati, nessuno lo sa. E come si possa ritenere verosimile l’affermazione del ministro Salvini, che durante la presentazione del Piano Casa ha detto che entro un anno saranno recuperate almeno 60mila case popolari, che verranno tutte assegnate alle famiglie in graduatoria, lo sa solo lui. Il Piano Casa, comunque, ormai è realtà. Sarà affidato ad un Commissario che avrà sotto di sé tre funzionari, dunque un mini-ufficio. Il mandato è affidato fino al 31 dicembre 2027. Ma il Piano non doveva durare dieci anni? Che succederà nei restanti otto anni e mezzo? Mistero.

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