di Lorenzo Cinquepalmi
Il garantismo è un fiore che sa nascere e sbocciare anche in terreni apparentemente ostili. E se nella sinistra giustizialista esistono esempi limpidi di garantismo sincero, non di comodo, duraturo, come oggi Sansonetti e ieri Amendola o Macaluso, anche nella destra post fascista (e neanche tanto post) dei boccioli di garantismo sono riusciti a spuntare, perfino nei feroci anni settanta. Uno di questi è Gianni Alemanno. Per un socialista Alemanno è un avversario politico, di quelli a cui non si appioppa l’appellativo di nemico solo per decoro politico. Eppure Alemanno è un garantista, non da adesso, non, come qualche saputello dice o scrive, solo quando è finito in galera, in un modo che, per chi è del mestiere, suona un poco stonato rispetto alla normalità. Alemanno è uno dei tre deputati di destra che ha votato a favore dell’indulto nel 2006. É quello che aderisce alla moratoria sulla pena di morte invocata da Pannella e fatta votare all’Onu su proposta italiana grazie all’impegno di Bobo Craxi, allora sottosegretario agli esteri, e di Sergio D’Elia, deputato della Rosa nel Pugno, nonostante lo scetticismo del ministro degli esteri D’Alema. Con Pannella si schiera contro l’impiccagione di Saddam Hussein e, da sindaco di Roma, inalbera sul Campidoglio uno striscione contro l’esecuzione di Tarek Aziz. E contro la pena di morte era anche negli anni ‘80, nonostante Almirante ne avesse fatto una bandiera, quella sì di comodo, raccogliendo le firme su di una proposta di legge per la sua reintroduzione. Da segretario del Fronte della Gioventù si schiera contro la giovanile del Movimento Sociale, per poi iscriversi a Nessuno Tocchi Caino. Dunque, il garantismo di Alemanno non è frutto della sua recente esperienza di detenzione: ha radici antiche. Innocente o colpevole, sentirlo oggi criticare, su questo tema, il governo in cui siedono tanti suoi vecchi compagni di strada, fa capire come il nucleo potente di umanità che sta dentro la questione carceraria sappia selezionare le persone indipendentemente e a prescindere dall’appartenenza: la Giustizia, quella con la maiuscola, quella che prevale eticamente sulla legge e sull’amministrazione della giustizia (questa con la minuscola), sa riunire intorno al senso del giusto persone di idee anche diametralmente opposte. Oggi, dalla sua cella di Rebibbia, il detenuto Alemanno, attraverso le sue parole, dà voce alla moltitudine di derelitti che popola le nostre galere (il termine non è scelto a caso): pochi mesi fa è uscito un libro scritto a quattro mani con Fabio Falbo, un altro detenuto al quale l’impegno in carcere ha guadagnato l’appellativo di “scrivano di Rebibbia”. In “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane”, uscito a gennaio con una prefazione di Rita Bernardini, Alemanno accusa la politica di volgere lo sguardo altrove da sempre, da quando è tornata la democrazia in Italia, cioè da quando è tornata ad avere un ruolo che, rispetto alla condizione carceraria, ha miseramente tradito. Se le soluzioni al problema proposte da Alemanno non sempre convincono, la sua descrizione e la sua analisi dell’impostazione arcaica dell’esecuzione penale in Italia sono sincere ed efficaci. Partire da un solido caposaldo come il riconoscimento dell’incostituzionalità del sistema penitenziario italiano sarebbe un modo adeguato di ammettere l’esistenza del problema per tentare di dargli soluzione. Vale a dire che essere capaci di accettare e non negare che le carceri italiane infliggono sistematicamente quei trattamenti disumani e degradanti vietati dalla Costituzione è il primo passo verso un superamento di quella specie di normalità dell’orrore prodotta oggi da magistratura, politica e amministrazione penitenziaria. L’incapacità di ammettere che le nostre galere, per fatiscenza, sovraffollamento e ottusità del sistema, sono in massima parte qualcosa di assai prossimo ai gulag sovietici, è il principale ostacolo che impedisce alla cultura del reinserimento sociale di radicarsi nella sensibilità popolare, quella senza la cui mobilitazione è impossibile cambiare le cose. Questo è il merito di Alemanno: avere avuto una coscienza indipendente che gli ha imposto, da persona di una destra alquanto estrema, di votare un indulto, di combattere la pena di morte, prima, e la morte per pena, poi; di farsi, lui proveniente da un ambiente in cui prevalgono quelli che getterebbero le chiavi delle celle e considerano i condannati semplicemente corpi estranei della società, simbolo di una battaglia per realizzare finalmente il dettato costituzionale per il quale la pena, oltre a non dover essere disumana e degradante, deve avere lo scopo di riportare il condannato nella società, non di segregarlo da essa per sempre. Gianni Alemanno: c’è da dubitare che andremo mai d’accordo su altro, ma su questo sì, sempre.



