di Bobo Craxi
Milano nella Storia italiana pre e post-unitaria, è stata una città che ha sempre misurato la temperatura del Paese, epicentro naturale delle svolte e degli avvenimenti che hanno segnato le epoche in cui essi si svolgevano. Che si sia trattato di mirabili progressi e dell’evoluzione dell’economia nazionale, così come delle inquietudini sociali e politiche che hanno determinato cambiamenti. E se le “cinque giornate” saldarono la borghesia meneghina al popolo sfruttato ed oppresso dal dominio dell’impero austriaco nella ribellione e nella rivolta, i moti cinquant’anni più tardi videro la repressione dello Stato contro la protesta popolare per il carovita che finì nella carneficina provocata dal generale Bava Beccaris, inviato dal governo centrale per sedare i tumulti. Ogni stagione ha trovato Milano al centro dei cambiamenti, dalla costituzione dei Fasci di Combattimento che diedero vita successivamente al Partito Fascista ed il conseguente assalto squadrista all’Avanti! sino, per parlare del dopoguerra, agli scontri violenti di piazza dell’autunno caldo. La rivolta dei minorenni, in maggioranza italiani di terza generazione, che il Governo tenta di sedare riproponendo una risposta securitaria, in realtà non appare altro che l’esplosione di una pentola che bolliva da molto tempo. Le forti diseguaglianze sociali e l’inquietudine di una gioventù che misura nell’inadeguatezza della propria istruzione, nella paura del futuro segnato dal precariato sicuro, stipendi inesistenti, tirocini da sfruttamento l’impossibilità di intravedere la possibilità di farsi una famiglia, un alloggio, mentre nel mondo risuonano tamburi di guerra con il contorno di nuove discriminazioni razziali e angosce provocate dall’eco-ansia per il cambiamento climatico, hanno prodotto infine un moto di ribellione. Indubbiamente l’eco delle piazze europee, dove il clima elettorale ha esasperato i confronti radicali, come è accaduto a Parigi, dov’è divampata la protesta generalizzata per il caro-affitti e gli sfratti o come a Madrid e Barcellona, hanno contribuito a rendere politica anche la protesta di questi ragazzi a Milano. Bollati con il dispregiativo di “maranza”, infine i giovani italiani figli di immigrati assumono una propria soggettività, disgregati nella dimensione politica ma uniti nel sentimento che li ha visti progressivamente allontanarsi da una società che li rifiuta e che, in particolare a Milano, riproduce anche involontariamente l’idea di una Città che esclude ribaltando la cultura tradizionale, che ha sempre visto una città con il “cuore in mano” capace di assorbire tutte le sue contraddizioni e differenze di classe. Se la politica di governo attuale finge di non capire e si limita a dare delle risposte securitarie e ad accampare le strumentalizzazioni esterne al nostro Paese, che certamente non sono mancate e non mancheranno, fallisce nel suo compito principale che è quello di dare una risposta collettiva di unità nella sicurezza e nella comprensione dei fenomeni, che non cesseranno ricreando un clima di scontro permanente. Se l’idea di inviare i militari in città è risultata piuttosto balzana, ed ha impegnato persino il Capo dello Stato in un necessario contenimento del ruolo di queste forze sul campo cittadino in assetto di guerra, migliore sembra essere allo stato la scelta del sindacato Cgil di dare una risposta civile e politica alla città, non lasciando alla sola protesta violenta i quesiti posti dalle manifestazioni di piazza. E’ compito delle forze democratiche non lasciarsi scavalcare dalla violenza nichilista e dalle risposte altrettanto smisurate, dove l’imperativo dell’ordine e della legge si mescolano con gli slogan più truci ed altrettanto violenti della discriminazione verso gli immigrati. Per questo continua ad essere necessaria nella culla del municipalismo socialista, una risposta ferma e riformista alle inquietudini dell’oggi per non ricadere nella trappola mortale degli errori politici di ieri, commessi a destra ed a sinistra.



