di Francesco Valerio
C’è un patriottismo che abbonda nei discorsi ufficiali e si fa assai più timido quando si tratta di difendere il lavoro. A Cornigliano (GE) uno stabilimento dell’ex Ilva ha rischiato di fermarsi non perché mancassero le lavorazioni, ma perché non arrivava l’acciaio necessario per svolgerle. Nessuno aveva dimostrato che quelle produzioni fossero diventate inutili. Eppure il rimedio prospettato era la cassa integrazione. Singolare concezione dell’interesse nazionale: pagare perché gli operai restino a casa, prima di aver fatto quanto possibile per consentire loro di lavorare. Il 12 ottobre eravamo al corteo, insieme agli operai. Abbiamo visto i mezzi della fabbrica attraversare Genova e uomini costretti a scendere in piazza per rivendicare una cosa elementare: poter lavorare. Ben inteso, gli ammortizzatori sociali sono una conquista del movimento operaio. Ma se diventano il surrogato degli approvvigionamenti, la protezione del reddito finisce per coprire l’incapacità e l’assoluta mancanza di prospettive. È il più comodo degli equivoci: si indennizza il lavoratore e si assolve la politica. La mobilitazione ha ottenuto un risultato. Il 14 ottobre, dopo tre giorni di protesta e l’occupazione della Prefettura, i commissari hanno assicurato il proseguimento delle lavorazioni fino a fine novembre e annunciato trattative avanzate per 35mila tonnellate mensili di coils, con una sospensione tecnica di alcune settimane e il richiamo del personale necessario dall’11 gennaio. È una vittoria degli operai e dei sindacati, non una graziosa concessione ministeriale. Ma i contratti devono ancora essere conclusi. Fra la promessa di una fornitura e il suo arrivo in fabbrica passa la distanza fra una tregua e una vittoria. Prima dello sciopero le rappresentanze sindacali avevano già indicato la possibilità di acquistare coils sul mercato. E dunque una domanda sorge spontanea: se quella strada può essere imboccata oggi, perché non è stata percorsa per tempo? Non si pretende da un ministro il miracolo di cancellare con un decreto una crisi decennale. Si pretende che risponda di ciò che poteva prevedere e non ha prevenuto. Adolfo Urso ha intanto confermato che non sono finora arrivate offerte autonome per gli impianti del Nord. Dunque la materia prima è oggetto di trattativa, l’acquirente non è individuato e il destino industriale rimane sospeso. Al Governo risparmieremmo i festeggiamenti. Il dissesto dell’ex Ilva viene da lontano. Ci hanno messo mano governi di ogni colore, imprenditori prima osannati e poi sconfessati, commissariamenti che da eccezione sono diventati abitudine. Non si intende farne un’invenzione di Giorgia Meloni: sarebbe comodo quanto assolverla in nome dell’eredità ricevuta. Chi governa ha il dovere di governare, tanto più se ha fatto della sovranità nazionale una professione di fede. Dunque ci si chiede: che sovranità può rivendicare un Paese incapace di garantire continuità a una parte essenziale della propria siderurgia? Acquistare coils all’estero, nell’emergenza, non è una resa. È una scelta ragionevole per evitare che Cornigliano paghi anche la paralisi di Taranto. La resa sarebbe considerare normale che un settore strategico dell’industria italiana sia costretto a vivere alla giornata. Nell’immediato servono forniture certe, sostenibili nei costi e nei tempi; per il futuro, un piano dell’intera filiera, da Taranto a Genova e Novi Ligure, che leghi investimenti, riconversione ambientale e occupazione a obblighi verificabili. Una gara per la vendita non è, da sola, nemmeno un timido barlume di una politica industriale. Il Governo deve assumersi la responsabilità di scegliere, anziché ostinarsi a cercare qualcuno disposto a scegliere al posto suo. Per noi socialisti la proprietà non è un feticcio. L’intervento pubblico può essere indispensabile; non è però una virtù in sé, come non lo è la privatizzazione. Se lo Stato mette risorse, deve pretendere in cambio impegni industriali vincolanti e controllabili. Se subentra un privato, non può accadere che il profitto resti una prerogativa e le perdite diventino una faccenda nazionale. E nessun rilancio sarà serio se chiederà ancora agli abitanti di Taranto di pagare con la salute ciò che non si è saputo risolvere con la tecnologia e gli investimenti. Il risanamento ambientale non ostacola la politica industriale: ne determina la credibilità. A Cornigliano i lavoratori hanno costretto le istituzioni a fare quello che avrebbe dovuto precedere la protesta. Ora il Governo, se è dedito alla causa come predica, ha il dovere di dimostrare che quella risposta regge anche quando i presidi si sciolgono e l’attenzione si sposta altrove.



