Manovra Meloni, la prudenza diventa una promessa senza crescita

di Andrea Follini

La parola d’ordine è prudenza. Il problema è che, dopo quasi quattro anni di governo, la prudenza rischia di essere diventata un alibi per l’assenza di una strategia economica capace di guardare oltre la prossima scadenza parlamentare. La manovra per il 2027 dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si presenta con l’obiettivo dichiarato di sostenere famiglie, imprese e potere d’acquisto. Ma dietro gli annunci si intravede una realtà meno rassicurante: risorse limitate, coperture incerte, deficit nuovamente sopra la soglia europea e interventi che, almeno per ora, non delineano una risposta strutturale alla debolezza della crescita italiana. Il Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles il 15 ottobre riporta una manovra da circa 23,5 miliardi di euro. Una cifra importante, ma che non basta, da sola, a dimostrare l’esistenza di una politica economica efficace. Conta come si spendono le risorse, chi ne beneficia e quali risultati si intendono ottenere. E proprio su questi punti le rassicurazioni del governo appaiono insufficienti. Il disavanzo è previsto al 3,4% del Pil nel 2027 e al 3,2% nel 2028, dopo il rientro sotto il 3% atteso (diciamo pure sperato) per quest’anno. La prospettiva di un nuovo peggioramento dei conti pone interrogativi sulla sostenibilità del percorso finanziario e sulla credibilità degli obiettivi annunciati. Il ministro dell’Economia Giorgetti, difende la linea del governo definendo la manovra “necessaria”. In Parlamento ha definito lo scostamento di bilancio “un sentiero obbligato e consapevole”, sostenendo che questa scelta garantirebbe la sostenibilità della finanza pubblica senza compromettere il lavoro svolto negli ultimi quattro anni. Ma ci si chiede: obbligato da quali circostanze e, soprattutto, a vantaggio di chi? Se i margini sono così stretti da rendere inevitabile un aumento del deficit, il governo dovrebbe spiegare con altrettanta chiarezza quali priorità intenda proteggere e quali sacrifici chieda al Paese. La questione non è negare la necessità di investimenti nella difesa o nella sicurezza energetica, né ignorare i vincoli europei. È legittimo utilizzare gli spazi di flessibilità previsti dalle regole comunitarie. Ma una deroga contabile non equivale ad una politica di sviluppo. Può offrire ossigeno nel breve periodo, non sostituire le riforme necessarie per aumentare produttività, salari e occupazione stabile. E se il deficit sale senza che si rafforzino in modo convincente le basi della crescita, il rischio è quello di rinviare i problemi, lasciandone il costo ai contribuenti di domani. Lo stesso Giorgetti ha precisato che la composizione della manovra sarà definita alla luce del completamento della procedura europea. La frase fotografa una difficoltà politica oltre che tecnica: mentre il governo rivendica la propria capacità di guidare l’economia, una parte rilevante delle decisioni resta subordinata al confronto con Bruxelles. Anche le coperture raccontano una storia meno lineare della propaganda. Il governo prevede di ottenere dalle banche circa cinque miliardi nel 2027, con ulteriori contributi negli anni successivi, oltre a risorse provenienti dai giochi e dai tagli alla spesa dei ministeri. Il contributo delle banche e degli altri operatori finanziari può essere difeso politicamente, soprattutto se si ritiene che una parte del settore abbia beneficiato di condizioni favorevoli, ma annunciare un prelievo senza chiarire pienamente modalità, ripartizione degli oneri e conseguenze economiche, significa lasciare aperte questioni decisive. Gli stessi istituti hanno lamentato l’assenza di dettagli e di un confronto preventivo. E l’incertezza, si sa, non porta benefici; specie nel mondo finanziario. Il punto, tuttavia, resta nel comprendere se tale gettito venga impiegato per interventi capaci di migliorare la vita delle persone. Un contributo straordinario o ricorrente può finanziare misure utili, non rappresenta però una strategia permanente per un’economia che ha bisogno di investimenti, innovazione e servizi pubblici efficienti. E i tagli ministeriali, se non accompagnati da una revisione ragionata delle inefficienze, rischiano di tradursi in una riduzione della capacità amministrativa anziché in un risparmio intelligente. Il governo assicura di voler tutelare il potere d’acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili. È un obiettivo condivisibile, ma la distanza tra l’intenzione e il risultato si misura nella vita quotidiana: stipendi che faticano a tenere il passo con il costo della vita, affitti elevati, bollette esposte alle oscillazioni dei mercati, liste d’attesa nella sanità e servizi territoriali sotto pressione. Una manovra che voglia essere davvero sociale dovrebbe indicare con precisione quanto aumenta il reddito disponibile dei nuclei meno abbienti, quale sostegno aggiunge per i lavoratori poveri e quali risorse aggiuntive vengono destinate alla sanità pubblica. Nulla di tutto questo. C’è poi il nodo della crescita. Una legge di bilancio non può limitarsi a distribuire risorse scarse o a trovare ogni anno nuovi soggetti cui chiedere un contributo. Deve indicare come aumentare gli investimenti produttivi, sostenere le imprese innovative, contrastare il lavoro precario e favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Deve soprattutto affrontare il problema dei salari, perché gli sgravi fiscali possono aiutare, ma non sostituiscono aumenti retributivi duraturi né una contrattazione capace di recuperare il potere d’acquisto perduto. Meloni ha costruito una parte significativa della propria credibilità sulla promessa di stabilità e serietà economica. Ora quella promessa deve essere misurata sui risultati, non sulle dichiarazioni. Giorgetti richiama la prudenza; il governo rivendica il sostegno alle famiglie; ma manca ancora una risposta convincente alla domanda fondamentale: quale Italia economica vuole costruire l’esecutivo? La manovra non è ancora l’ultima parola del Parlamento, e proprio per questo il confronto politico dovrebbe servire a migliorarla, non a trasformarsi in una gara di annunci. Servono obiettivi verificabili, coperture trasparenti e risorse concentrate sulle priorità sociali e produttive. Se invece la prudenza continuerà a significare rinvio, se il sostegno alle famiglie resterà una formula generica e se il deficit crescerà senza un piano credibile per la produttività, il governo potrà rivendicare di aver tenuto i conti sotto controllo soltanto a parole. La vera responsabilità non consiste nell’evitare ogni rischio: consiste nello scegliere oggi, con chiarezza, quale futuro economico lasciare al Paese.

 

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