No ad un’Europa a metà per tornare protagonista nel mondo

di Blando Palmieri

Il Consiglio informale dello scorso 12 febbraio è stato preceduto da attese e da timori. Attese, perché c’è un’esigenza diffusa tra i cittadini, e non solo tra gli europeisti, che l’Europa faccia le scelte politiche adeguate al nuovo contesto geopolitico, che richiede un maggiore ruolo delle sue istituzioni e politiche innovative. Timori, che le preoccupazioni politiche dei Paesi membri, alcuni dei quali hanno una postura nazionalista e di altri che devono fronteggiare gli estremismi che crescono al loro interno, possano portare a frenare questo percorso lasciando “l’Europa a metà”. Per fronteggiare questa possibile divisione è necessario comprendere che le crisi che molti Paesi hanno sofferto sono venute da freni di vario tipo, che i governi hanno posto all’azione europea, sia per affermare i valori del nazionalismo che per errori di visione ideologica dell’Europa. Quante volte abbiamo sentito i governi, di fronte a scelte difficili dire: “ce lo chiede l’Europa”. Invece l’esperienza fatta durante la pandemia, l’adozione di programmi (tra cui il Pnrr) volti a far crescere i singoli Paesi e, nel complesso, far crescere l’economia europea, l’impegno a rafforzare la difesa comune, per non menzionare il sostegno all’Ucraina, l’Europa come rifugio dei diritti, sono tanti, e non tutti, esempi di quanto importante e insostituibile sia il beneficio che i Paesi ricevono dall’Europa. Le analisi prodotte e le indicazioni venute dai rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi, per rafforzare il ruolo economico, innovativo e competitivo dell’Europa, proprio sulla base dei fatti prima richiamati, non possono prescindere dalla necessità che l’Europa si dia una forma istituzionale che non la caratterizzi come una “Europa a metà”. Le visioni ideologiche non devono portare allo scontro su questo obiettivo. Non servono divisioni caratterizzate da espressioni false e offensive quali “pigs”, “frugali e spreconi” e così via. Serve che le istituzioni europee, a partire dal Consiglio, si facciano carico delle preoccupazioni che possono esprimere alcuni Paesi e trovare risposte innovative che possano rassicurarli e aiutarli a risolvere i loro problemi, con politiche che permettano la crescita e di combattere gli estremismi. È essenziale, per questo, che i governi facciano scelte per Europa, per spezzare il circolo vizioso prodotto dall’effetto della bassa crescita dell’Europa sui Paesi, della reazione negativa di questi, che hanno avuto e hanno difficoltà a gestirne le conseguenze, che si scaricano, a loro volta, attraverso freni e resistenze sull’Europa, indebolendola. La cessione di sovranità è un falso problema, perché tutti i capi di governo partecipano al Consiglio, che decide. Si tratta di uno spostamento della sede delle decisioni, che richiede però un ruolo proattivo dei governi nelle sedi europee, a partire dalla definizione delle agende, dalla visione dell’impatto delle scelte sull’insieme dei Paesi e da un percorso elettorale che avvicini i cittadini e rafforzi la loro identità. In questo disegno c’è un ruolo per tutte le istituzioni europee, a partire dal Parlamento, dai Comitati delle Regioni, fino a quello, importante, delle forze del dialogo sociale. Se alcuni Paesi sono più pronti a rafforzare la loro cooperazione, questo non deve significare che chi non è in condizione di farlo rischia di essere abbandonato. Quello che conta è condividere il disegno che affermi, finalmente, il ruolo dell’Europa come garanzia del futuro per tutti. Chi potrà aprire la strada, permetterà a tutti di percorrerla. Chi si opporrà perderà il vantaggio che ne potrà venire, senza ottenere nessun utile, e restando esposto ai limiti della situazione attuale. È necessario, tuttavia, operare in modo nuovo per ricercare se non l’unanimità, l’unità, il concorso convinto di tutti ad adottare scelte istituzionali necessarie, non attraverso, giudizi e sanzioni, ma aiutando, con nuove politiche e nuove procedure di governance, chi teme il cambiamento. Nel tempo che passerà tra Il Consiglio informale definito “leaders retrait”, che si è tenuto e il prossimo Consiglio che si terrà a marzo, si potrà percorrere la strada che potrà portare all’adozione di scelte capaci di affermare l’Europa protagonista, interlocutrice rispettata dal mondo, che è ormai attesa e necessaria. Se saremo uniti non saremo più forti, ma saremo migliori.

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