di Stefano Amoroso
I fischi che, nella serata d’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano – Cortina 2026, hanno sommerso lo stadio Giuseppe Meazza di Milano, quando le telecamere hanno inquadrato J.D. Vance e consorte, sono uno spartiacque della storia. E non di quella sportiva, visto che la delegazione olimpica statunitense è stata applauditissima. Non era mai successo nella serata di inaugurazione di un evento come le Olimpiadi: forse ci sono dei precedenti che riguardano la ex Jugoslavia, impegnata in sanguinose guerre civili per gran parte degli anni Novanta, che l’hanno portata all’esclusione da varie competizioni sportive internazionali e dalle Olimpiadi del 1992 e 1996. E tuttavia si parla, come è evidente, di un Paese in guerra. Dunque, i boati che il pubblico internazionale ha rivolto al Vicepresidente degli Stati Uniti d’America ed a sua moglie, non hanno precedenti nella storia recente. Soprattutto vista l’importanza del personaggio e del Paese rappresentato. Il Presidente Trump, intervistato a proposito di questi fischi, ha saputo solo dire che Vance, in Patria, è amato ed acclamato. In realtà, come dimostrano altri video girati in tutti gli Usa, al di fuori della bolla Maga, Vance e Trump sono quotidianamente oggetto di contestazione, fischi e richieste di dimissioni. L’ultimo schiaffo è arrivato proprio l’altro giorno dalla Camera dei Rappresentanti americani: è stata votata, con l’appoggio di ben sei repubblicani, la proposta democratica di cancellare i dazi nei confronti del Canada. Ora, se la proposta progressista dovesse passare anche al Senato (dove la maggioranza repubblicana è peraltro molto risicata), al tycoon non resterebbe altro che porre il veto e costringere le Camere a bocciarlo con due terzi dei voti contro. Ma si tratterebbe di una vittoria di Pirro: le elezioni di medio termine incombono, la raccolta di fondi per i candidati repubblicani va a rilento e sempre più seggi sono in bilico, anche in Stati ed aree del Paese che una volta erano considerati di sicuro appannaggio repubblicano. La prova più evidente è arrivata dal Texas, dove il candidato democratico Taylor Rehmet ha vinto una elezione suppletiva per il Senato statale, nel Distretto 9 che Trump aveva portato a casa con ampio margine alle ultime presidenziali del 2024. È vero che confrontare il livello statale con quello federale è sempre rischioso, un po’ come sommare le mele con le pere, ma è un grande campanello d’allarme. Nella stessa tornata, il candidato democratico Menefee ha vinto un seggio rimasto vacante per la Camera dei Rappresentanti nella texana città di Houston. Se Atene piange, tuttavia, Sparta non ride. Su questo lato dell’Atlantico, a poche settimane dalla bella prova di unità mostrata nella gestione della disputa sulla Groenlandia, vinta dalla Nato e dall’Europa contro l’alleato americano, sono tornate le consuete liti e divisioni: dal congelamento dell’accordo tra Ue e Mercosur alla lite sugli eurobond per la difesa, dal naufragio del progetto franco-ispano-tedesco su un aereo caccia di sesta generazione, alle perduranti tensioni sul Green Deal, l’Unione appare più disunita che mai. Tanto è vero che la richiesta italo tedesca di un prevertice prima del Consiglio europeo per ridare pieni poteri ai governi nazionali su materie come la difesa a scapito del ruolo della Ue, sta gettando scompiglio nelle altre capitali europee, a cominciare da Parigi e Madrid. Sono proprio i francesi e gli spagnoli, infatti, quelli più indietro nella programmazione delle risorse per il riarmo, tra tutti i medi – grandi Paesi dell’Unione. E, se non potranno fare conto su un indebitamento comune europeo, è assai probabile che non riusciranno a rispettare l’impegno di portare al 5% del Pil le spese per la sicurezza. In questa grandissima confusione il governo Meloni, andato al potere senza alcuna strategia economica né tanto meno di difesa, e con il solo obiettivo di utilizzare i fondi europei del Pnrr per generare consenso, riesce a galleggiare ed a mantenersi nel gruppo di guida dell’Unione europea. Anche a scapito della coerenza con la storia italiana: appoggiare le pretese del Cancelliere tedesco contro gli eurobond rappresenta l’esatto opposto di quello che Roma, sotto qualsiasi governo, ha sempre chiesto (e qualche volta ottenuto) in sede europea: più debito comune per affrontare sfide comuni. Quando ci siamo riusciti, come nel caso del Pnrr, gli effetti positivi si sono visti immediatamente e, anche su queste pagine, non abbiamo lesinato i complimenti per la corretta gestione dei fondi europei, così come le critiche per i tagli effettuati alle spese sociali ed a danno delle periferie e delle aree marginali del Paese. L’idea che, di fronte alla sfida bellica posta dalla Russia, e dal ritiro caotico ed auto-referenziale degli Stati Uniti, ognuno faccia da sé, appare semplicemente incomprensibile ed inattuabile. Oltre che pericolosa.



