di Giada Fazzalari
Proprio mentre abbiamo appena celebrato i suoi 80 anni, l’allarmante e amara constatazione è che l’Onu, senza fare giri di parole, oggi si ritrova schiacciata dal collasso dell’ordine mondiale che l’aveva generata, travolta dalla fine del multilateralismo e da un’epoca segnata da sfide senza precedenti. L’Onu non è solo in pericolo, affermazione particolarmente ottimista. Rischia l’estinzione, essendo, di fatto, stata smantellata. Vale la pena di sottolineare che l’Onu non è soltanto un’istituzione internazionale: è l’architrave su cui, nel 1945, il mondo ha provato a ricostruirsi dopo l’abisso della guerra. È nata con un obiettivo chiaro: impedire che l’umanità ricadesse nell’orrore del conflitto globale, riaffermare la centralità della diplomazia, difendere la dignità della persona umana, garantire sicurezza collettiva e cooperazione tra gli Stati. I suoi valori fondativi sono scritti nella Carta: uguaglianza sovrana tra i Paesi, risoluzione pacifica delle controversie, rifiuto dell’uso della forza se non per legittima difesa o su mandato collettivo. Un’idea rivoluzionaria per un mondo devastato da due guerre mondiali in meno di trent’anni. Eppure oggi quell’idea è in pericolo, per stessa ammissione del suo Segretario generale Guterres: “Il progetto delle Nazioni unite è minacciato” – ha detto durante il National day dell’Onu. Ed è in pericolo sì per la complessità delle crisi contemporanee — guerre regionali, tensioni geopolitiche, emergenze umanitarie — ma soprattutto per un progressivo svuotamento politico della sua autorevolezza. L’Onu è stata spesso accusata di inefficienza, paralisi decisionale, eccessiva burocratizzazione. Ma il vero colpo alla sua credibilità arriva quando a metterla in discussione è il suo storico e principale sostenitore: gli Stati Uniti d’America. La scelta dell’amministrazione guidata da Donald Trump di promuovere un proprio “Board of Peace” — una sorta di piattaforma alternativa, una diplomazia parallela costruita su alleanze selettive — rappresenta un segnale politico preciso. Qualcuno l’ha letta come una semplice critica all’Onu. In realtà c’è di più: è un tentativo di sostituirne il ruolo con un modello più ristretto, più controllabile, meno vincolato a regole multilaterali. E però il multilateralismo è l’essenza stessa dell’Onu. L’idea che la pace sia il risultato della volontà non di una sola potenza, ma il frutto di un equilibrio condiviso tra Stati sovrani. Quando una grande potenza decide di aggirare l’istituzione che ha contribuito a fondare, il messaggio è chiaro: la cooperazione universale può essere rimpiazzata da accordi tra pochi. È qui che l’Onu rischia di diventare marginale, percepita come forum retorico più che come attore politico. Eppure, la sua forza non è mai stata militare, ma normativa. L’Onu vive nella capacità di fissare standard, promuovere diritti, costruire legittimità internazionale. Se perde il sostegno convinto delle potenze che ne hanno garantito l’architettura si indebolisce un’istituzione e si incrina l’idea stessa di ordine internazionale basato su regole comuni. Si dà per scontato che l’Onu abbia semplicemente bisogno di riforme, ma le riforme le ha sempre avute. Il punto è se il mondo voglia ancora un tavolo globale dove tutti siedono, o preferisca stanze private dove decidono in pochi. Ottanta anni fa si scelse la prima strada. Oggi quella scelta non è più scontata.



