L’autonomia politica dei socialisti. E l’unità dei progressisti per battere la destra

di Francesco Di Lorenzi

Dopo la riuscitissima assemblea di Barcellona che, a distanza di molti anni, ha riunito larga parte della sinistra  mondiale intorno a temi finalmente concreti, con un leader di riferimento ampiamente riconosciuto come Pedro Sanchez, rilanciando l’internazionalismo dei socialisti e dei progressisti come l’unica vera alternativa alla sempre più evidente crisi del sovranismo e delle sue fallimentari politiche, da più parti abbiamo sentito muovere degli interrogativi che, grosso modo, possono essere semplificati nella seguente domanda: “Perché voi socialisti italiani non confluite nel partito democratico con il quale condividete l’appartenenza alla stessa famiglia internazionale?”. È un punto di vista legittimo e che ritorna ciclicamente, in particolare tra chi ha poca dimestichezza con la nostra storia, e per questo crediamo sia utile fare, nuovamente e pazientemente, alcune precisazioni. Chi ci conosce sa che dalla lunga traversata nel deserto iniziata nel post tangentopoli due sono state le direttrici fondamentali che hanno segnato la linea politica di segretari, gruppi dirigenti e militanti: da un lato la scelta chiara di collocarci stabilmente nel campo politico in cui, molto banalmente, sono schierati da sempre e ovunque nel mondo i socialisti, ossia nel centro-sinistra, dall’altro quello di difendere ad ogni costo ed in qualsiasi situazione la nostra autonomia politica. Possono sembrare scelte scontate o facili solo per chi ha dimenticato in fretta cosa significasse continuare ad essere e a definirsi ostinatamente socialisti in quegli anni, quando la più antica e nobile tradizione politica della sinistra italiana era stata trasformata dal giustizialismo trionfante in sinonimo di malaffare, di ruberia, di ladrocinio. Quando milioni di nostri elettori avevano scelto di traslocare all’epoca verso il berlusconismo nascente e trionfante. Quando non c’erano all’orizzonte i libri di successo di Cazzullo, i film di Gianni Amelio, i comunicati dei Presidenti della Repubblica, e difendere Bettino Craxi equivaleva per l’opinione pubblica a stare dalla parte di un latitante. Quanto è stato difficile non cedere alle sirene dello scioglimento o della facile confluenza nella ben più comoda casa del Pds/Ds/Pd che, anno dopo anno, continuava a fagocitare ciò che restava delle antiche culture politiche della prima repubblica. Non lo abbiamo fatto in quei tempi difficili e non lo faremo di certo adesso che iniziamo a raccogliere i primi frutti di una semina lenta ma costante, ora che il progetto Avanti-Psi suscita attenzione, partecipazione e radicamento sui territori, ora che il socialismo democratico vive una nuova primavera che, da Mamdani a Sanchez, investe l’intero occidente, configurandosi chiaramente come l’unica alternativa di civiltà al regresso politico e culturale del trumpismo e dei suoi alleati. Ma non lo faremo anche e soprattutto per ragioni squisitamente politiche, perché crediamo fermamente che l’Italia abbia bisogno della cultura politica socialista, del suo bagaglio riformista, della sua storia, delle sue ricette per costruire una nazione più giusta e libera. Perché siamo convinti che le battaglie per la giustizia sociale, per la libertà e per i diritti del socialismo italiano debbano continuare ad essere combattute, di generazione in generazione. Perché continueremo a lavorare incessantemente affinché l’intera sinistra italiana acquisisca una cultura pienamente garantista e pluralista. Perché per ottenere patenti di legittimità non abbiamo dovuto compiere spericolate inversioni di marcia in direzione di Wall Streat e dintorni, mantenendo sempre la direzione verso gli interessi dei lavoratori e degli ultimi. Perché siamo pacifisti sia al governo che all’opposizione. Perché abbiamo sempre difeso l’indipendenza e la sovranità nazionale con i fatti e non solamente con le parole. Perché crediamo nella giustizia giusta e rifiutiamo le scorciatoie giustizialiste. Perché abbiamo capito prima di altri che il tema della sicurezza dei cittadini è una battaglia di sinistra. Perché abbiamo sempre lavorato per l’unita politica dell’Europa. Perché non siamo alla continua ricerca di un capo, di un salvatore di turno, di un volto da social, ma una comunità di donne e uomini uniti da una storia e da un’ideale. Perché il Partito Democratico continuerà in maniera del tutto legittima a dedicare tessere a Berlinguer e Tina Anselmi e noi ai nostri Turati, Matteotti, Nenni, Kuliscioff, Pertini, Craxi, e ai tanti protagonisti di una storia ultra centenaria che non conosce tramonto. Insomma non confluiremo nel partito erede di due grandi tradizioni come quella comunista e quella cattolica democratica perché siamo semplicemente altro, nel rispetto di culture politiche differenti e nella consapevolezza, tuttavia, che solo insieme possiamo affrontare le grandi sfide che ci attendono all’orizzonte. Solo l’unità dei progressisti, infatti, può sconfiggere le destre e costruire un’alternativa basata realmente sulla giustizia sociale, la crescita economica, la pace e la salvaguardia dell’ambiente; noi ci saremo, con la nostra indispensabile autonomia e con quella dignità che anche in questi ultimi difficili trent’anni non è mai venuta meno.

 

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