L’assedio petrolifero di Trump contro Cuba

di Francesco Di Lorenzi

Forse perché siamo figli della tradizione del socialismo umanitario, perché siamo allergici ad ogni tipo di arroganza ed imposizione, perché non ci piacciono quelli che si ergono a gendarmi del mondo, perché crediamo realmente nel diritto dei popoli ad autodeterminarsi, o forse solamente perché apparteniamo ad una comunità politica di donne e di uomini ancora capaci di indignarsi di fronte alle ingiustizie, alle iniquità e alle angherie, contro chiunque vengano commessi. Quel che è certo è che l’assedio petrolifero messo in atto in queste settimane dall’amministrazione Trump contro Cuba, anzi contro il popolo cubano, ci fa inorridire ed evidenzia in maniera ancora più drammatica il solco profondo che separa oramai le due sponde dell’Atlantico. Certo conosciamo bene la politica del “cortile di casa” che gli Usa hanno da sempre praticato verso molti Paesi del centro e del sud America e non scopriamo di certo oggi la differenza tra imperialismo del nord ed i popoli che osavano reclamare indipendenza, democrazia e giustizia sociale. Le ferite che come socialisti ci portiamo sulla pelle e che si chiamano Cile, Nicaragua, Uruguay e molte altre, sanguinano e fanno ancora male, ma in qualche modo erano diverse. Erano figlie del Novecento, del secolo delle ideologie, della divisione del mondo in blocchi, delle sfere di influenza e quindi la prepotenza e l’arroganza del più forte, in quel contesto regionale di vitale importanza per gli interessi geopolitici Usa, ci davano una chiave di lettura, non nonostante non giustificabili. C’era la guerra fredda e la presenza di governi e poteri scomodi non poteva essere accettata senza reagire. Oggi viviamo in un altro mondo e di certo gli States non temono la diffusione della rivoluzione bolivariana del Venezuela nel mondo né che Cuba produca un novello Fidel Castro che gli porti la guerra in casa. Ci sono in gioco questioni molto più basilari e che in qualche modo rendono le prepotenze trumpiane ancora più inaccettabili; in Venezuela si è ammesso con grande candore che l’interesse è esclusivamente legato alla gestione del petrolio locale, con cui le compagnie americane pensano di poter fare buoni profitti per almeno ottant’anni, mentre per Cuba siamo praticamente al vezzo simbolico, quasi di immagine, alimentato in particolare dai settori dell’amministrazione legati a Rubio e alla potente lobby di esiliati di Miami, non esattamente un club di filantropi al servizio della democrazia. In mezzo ad interessi squisitamente economici e alle esigenze di propaganda di un Presidente sempre più in difficoltà, il popolo cubano ridotto allo stremo, con un carico di nuove sofferenze scaricate con cinismo e senza alcuna pietà su donne, bambini ed anziani. Il piano preannunciato dal presidente Diaz Canel porta il Paese caraibico praticamente indietro di almeno cinquant’anni, tra razionamenti energetici, carenze alimentari e misure di guerra. Stop ai voli delle compagnie aeree per almeno un mese, settimane corte sia sui posti di lavoro che nelle scuole, rinvio degli interventi chirurgici non urgenti, limitazioni di tutti i trasporti pubblici, chiusura dei resort turistici, studenti a rotazione in aula, telelavoro, sospensione delle attività non vitali, sono solo alcune delle drammatiche conseguenze imposte dal blocco navale americano che, da dicembre, impedisce di far arrivare sull’isola anche un solo barile di petrolio, compreso quello di Paesi terzi come il Messico che si erano offerti di aiutare la nazione caraibica dopo lo stop forzato dei flussi dal Venezuela. Sappiamo bene che i problemi dell’isola sono antichi e chiamano in causa non solo gli oltre sessant’anni di criminale embargo ma anche la gestione politica ed economica dei vertici del potere cubano, e non apparteniamo di certo alla schiera di quanti, per decenni, hanno fatto finta di non vedere, per cecità ideologica, i limiti e le carenze strutturali di quell’esperienza in termini di diritti, libertà e sviluppo economico; del resto come affermò con chiarezza Bettino Craxi verso la fine degli anni ottanta in un’intervista sul quotidiano “Il Tempo”, il nemico di Cuba non era nella sua giusta rivoluzione ma nel fallimentare indirizzo comunista che si era data. Né ci sfuggono, allo stesso tempo, le conquiste positive figlie delle “Revolution”, in particolare nei campi della lotta all’analfabetismo e negli standard fondamentali dell’assistenza sanitaria, soprattutto se raffrontati con i livelli indecenti di molti Paesi dell’area. Quel che è certo è che oggi non possiamo non solidarizzare sinceramente con una nazione che non è in guerra con nessuno e che subisce un’arroganza fuori dalla storia, disumana e senza alcuna giustificazione reale. Siamo senza esitazioni a fianco di un popolo dignitoso e coraggioso, che ha tutto il diritto di ribellarsi all’antistorico potere del partito comunista cubano, ma senza imposizioni e ricatti esterni. Perché con quei metodi, con lo strangolamento economico, con la prospettiva di tornare ad essere quello che un tempo si definiva “il bordello”, e che oggi, più politicamente corretti, chiameremmo il resort per le gite fuori porta del “vecchio” padrone di casa, i cubani reagiranno sempre allo stesso modo, unendosi e compattandosi al grido di “Hasta la victoria” e “Patria o muerte!”. E noi con loro.

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