di Francesco Merico
Bakary Sako era un immigrato regolare, viveva a Taranto. Di sera lavorava in un ristorante cinese, la mattina andava nei campi. Apparteneva a quella massa silenziosa di proletari che si sporca le mani ogni giorno per portare avanti una società opulenta come la nostra, spesso guardata con sottile disprezzo da una borghesia (noi) che si aspetta di trarre dagli invisibili tutto e di restituire ben poco, per non dire nulla. Bakary Sako aveva non una ma due famiglie che lo aspettavano in Africa e che lui doveva portare avanti, era di pelle scura. A causa di ciò gli ultimi giorni li abbiamo vissuti all’insegna, come sempre, della strumentalizzazione politica triste ed immancabile; è partito da subito il contest per appropiarsi politicamente della tragedia: è razzismo; no, è colpa del degrado giovanile; c’è la mano della malavita, avrebbero ammazzato chiunque fosse capitato loro a tiro (o forse no). Di emergenza giovani abbiamo già scritto ampiamente sulle nostre colonne recentemente e questo è purtroppo solo l’ennesimo di molti casi sanguinosi che abbiamo elencato e sviscerato, ma in questo caso riteniamo che ragionare per comparti stagni sia tanto sbagliato quanto dannoso: chi vive a Taranto, ha trascorso dei giorni drammatici e confusi in cui le colpe si sono rimpallate tra tutti – è la prassi in questi casi – e le accuse reciproche hanno inquinato il dibattito pubblico. In mezzo a tutto ciò, al caos, ciò che davvero è valso sono state come sempre le cose più sostanziali: la raccolta fondi spontanea per riconsegnare le spoglie massacrate di Bakary ai suoi cari, l’indignazione sincera di una città che è scesa in piazza mossa dalla pura umanità, che spesso purtroppo emerge in noi solamente di fronte ai fatti di gravità assoluta. Vi sono dunque due piani che si sovrappongono, quello del dramma umano e quello politico: dall’Avanti! abbiamo il dovere di occuparci anche e soprattutto del secondo, ma come giornale libero abbiamo anche il dovere di farlo nella maniera più lucida e super partes possibile. Quest’omicidio cruento nasce, come tanti altri delitti, da una lunga somma di fattori che si possono riassumere in poche parole: un degrado sociale e nazionale. Nella cronaca dei fatti emergono l’odio gratuito verso il diverso, la violenza fine a se stessa dei ragazzi che si sentono persi senza una direzione verso cui andare, l’alienazione sociale delle zone più povere e volutamente dimenticate, l’ignavia di chi preferisce girare la testa di fronte al proprio dovere civico piuttosto che doverne affrontare con coraggio le conseguenze. È il racconto di un’Italia che piuttosto di entrare nel merito delle problematiche reali che la segnano ogni giorno, preferisce vivere di slogan, come quelli ripetuti dalla destra sovranista, che aveva promesso più controllo sull’immigrazione irregolare e più sicurezza per le strade ed ha prodotto invece, dopo anni, il risultato opposto. Sognare un’Italia diversa, socialista, non è allora solo un esercizio astratto di fantasia: è qualcosa di strettamente legato ai fatti a cui assistiamo ogni giorno; è il voler vivere in un Paese dove lo Stato non alimenta l’odio razziale, che dia il giusto supporto alle classi svantaggiate, che sappia punire chi è reo al fine di rieducarlo secondo i valori comuni piuttosto che ricorrere allo stratagemma di mettere alla forca il capro espiatorio di turno, senza considerare tutto ciò che lo ha mosso: questo è ciò che sin dalla nostra nascita come partito non abbiamo mai smesso di cercare di realizzare, in sintesi un Paese dove si possa essere tutti più liberi e tutelati attraverso la giustizia sociale. Intanto, ciò che rimarrà dentro a tutti noi di queste giornate è l’impatto emotivo dell’aver vissuto così da vicino tutto questo e la difficoltà sincera nel raccontarlo. Soprattutto il pensiero che, alla fine, Bakary Sako era uno di noi, che la sua fine potrebbe essere la nostra. Se non lo impediamo.



