di Francesco Di Lorenzi
Ormai non fa neanche più notizia. I 1700 licenziamenti, su un totale di circa 4500 dipendenti, annunciati dalla multinazionale svedese Electrolux questa settimana, sono solo l’ultima della serie infinita di crisi industriali in cui il Paese è sprofondato nell’ultimo ventennio, nel silenzio assenso della politica, di qualsiasi colore, incapace di affrontare seriamente un dramma sociale che inghiotte, giorno dopo giorno, decine di migliaia di lavoratori. E se ancora permane qualche debole resistenza a livello sindacale è solo per mitigare, con cassa integrazione ed incentivi all’uscita dal proprio posto di lavoro, gli effetti devastanti che la deindustrializzazione in atto provoca su uomini e donne in carne ed ossa, sulle loro famiglie, risucchiate da un vortice in cui vengono cancellati senza pietà progetti di vita, speranze, mutui, futuro dei propri figli. Qualche numero, per comprendere meglio l’entità del fenomeno e le conseguenze della svendita del patrimonio industriale degli italiani, a seguito della falsa rivoluzione del 1992 e dell’affermarsi di quegli interessi finanziari e privatistici che ben poco avevano a che fare con la presunta moralizzazione della cosa pubblica: solo negli ultimi quindici anni sono andati persi, fagocitati dai perenni quanto inconcludenti tavoli di confronto, oltre centocinquemila posti di lavoro che sarebbero stati probabilmente il doppio senza l’ampio ricorso agli ammortizzatori sociali che, nel solo raffronto tra 2024 e 2025, hanno visto cinquanta milioni di ore di cassa integrazione in più. Secondo un recente studio della Cgil, infatti, si contano oltre cento vertenze di carattere nazionale che coinvolgono ben centoventimila lavoratori, a cui si sommano le migliaia di crisi in atto nelle aziende locali di medie e piccole dimensioni. Un’ecatombe. Se a ciò aggiungiamo i continui cali della produzione industriale degli ultimi anni, tanto che nel corso del 2025 sono stati raggiunti gli stessi livelli del 2020, nel pieno del primo anno di pandemia e che il solo settore dell’automotive registra nell’ultimo ventennio una diminuzione di quasi l’85%, capiamo bene quanto il tema sia potenzialmente esplosivo anche e soprattutto dal punto di vista sociale. L’ennesimo clamoroso fallimento del governo delle destre che, forse, con l’immobilismo del ministro Urso ha raggiunto il picco massimo di inoperosità di fronte ad una delle principali e vere emergenze nazionali. Ma visto che siamo socialisti e che non facciamo sconti a nessuno vogliamo essere già da ora molto chiari, spronando il centro-sinistra a mettere in cima alla propria agenda politica il tema enorme del futuro industriale di questo Paese. Noi non ci rassegniamo all’idea dell’ineluttabilità del declino industriale di una nazione che durante i governi a guida socialista si è affermata come la quinta potenza economica mondiale e che nel dopoguerra ha costruito la sua rinascita puntando sulle eccellenze dell’industria italiana; no, non crediamo che il Paese dell’ingegno imprenditoriale ai più alti livelli, quello che, tanto per fare un esempio, con aziende come la Olivetti ha anticipato di anni le intuizioni tecnologiche che avrebbero in breve cambiato il mondo, si debba “accontentare” di un futuro economico basato sul turismo e sull’export dell’agro-alimentare, rinunciando ad un ruolo da protagonista nei settori strategici dell’economia come l’energia, le telecomunicazioni, l’intelligenza artificiale, la difesa, i trasporti. L’Italia ha un assoluto bisogno di tornare a programmare il suo sviluppo indu-striale, basandolo sicuramente sulle politiche green, sulla compatibilità ambientale, sull’innovazione, ma senza abdicare al ruolo che ci spetta in Europa e nel mondo grazie alla potenza e all’appeal intramontabile del made in Italy e senza indugiare di fronte alla necessità di un forte indirizzo pubblico nei settori fondamentali su cui possiamo ricostruire la nostra indipendenza e la nostra forza economica. La terza guerra mondiale a tappe che stiamo tragicamente vivendo in questi anni non ammette sconti o scorciatoie ed impone allo stato scelte chiare e coraggiose in favore della sicurezza e dell’interesse nazionale, indirizzi strategici che non possono essere lasciati esclusivamente in mano ai tornaconti economici dei soggetti privati. Come socialisti saremo in prima fila nel proporre un grande piano di rilancio industriale e nel sostenere le sacrosante battaglie dei lavoratori contro l’ulteriore impoverimento del nostro sistema Paese, perché per questo continuiamo ad esistere e da questo dipende il senso della nostra presenza politica come forza organizzata ed autonoma. Nazionalizzare, socializzare, promuovere l’autogestione delle aziende in crisi, formule ed alternative che devono uscire dall’indice delle parole proibite che una certa vulgata ultra liberista ci ha imposto nell’ultimo trentennio, per tornare ad essere utili strumenti di democrazia economica e di necessario bilanciamento tra interesse pubblico e privato. I lavoratori della Electrolux hanno già proclamato lo stato di agitazione permanente e un primo sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti della multinazionale contro un piano folle che arriva a chiedere esuberi fino al 40% dell’attuale forza lavoro. Noi saremo al loro fianco senza se e senza ma, ricordando sempre l’insegnamento e le parole del compagno Pietro Nenni che restano scolpite nella storia e nell’identità del socialismo italiano:” Meglio sbagliare stando dalla parte dei lavoratori che aver ragione contro di essi”.



