di Andrea Follini
Ci sono immagini che raccontano una guerra più di qualsiasi comunicato ufficiale. Quella di un edificio che crolla nella notte, a Gaza City, mentre sotto le macerie restano intrappolate famiglie intere, è una di queste. Il 16 settembre un palazzo di sette piani, già gravemente danneggiato durante i bombardamenti, è crollato improvvisamente: almeno ventuno persone sono morte, tra loro undici bambini, mentre altre sono rimaste ferite. I soccorritori hanno dovuto scavare con mezzi estremamente limitati, perché anche i mezzi di soccorso scarseggiano in un territorio ove le bombe hanno distrutto tutto. E dove non sono arrivate le bombe, è arrivato il blocco degli aiuti imposto da Israele. Non è soltanto la cronaca di una tragedia: è la fotografia di una città nella quale decine di migliaia di persone sono costrette a vivere dentro edifici lesionati perché non esistono alternative sicure. Il paradosso è evidente: da quasi un anno esiste formalmente una tregua, ma la tregua non ha significato la fine della violenza. Israele e Hamas continuano ad accusarsi reciprocamente di violazioni e, secondo fonti sanitarie palestinesi citate da Reuters ed Associated Press, dall’entrata in vigore dell’accordo sono state uccise oltre mille e trecento persone a Gaza. Israele sostiene che Hamas abbia continuato a violare gli impegni; Hamas accusa Israele di attacchi e di aver impedito l’effettivo avvio della ricostruzione. Ma la sproporzione delle conseguenze umanitarie rende difficile considerare la situazione come una semplice disputa tra due parti equivalenti. Gaza è disseminata di edifici danneggiati, macerie e infrastrutture distrutte. Secondo le stime riportate da Associated Press, circa duemila edifici danneggiati sono ancora abitati, perché la ricostruzione procede a rilento, anche per le restrizioni israeliane sull’ingresso di materiali e mezzi pesanti, mentre il governo di Netanyahu sostiene che tali limitazioni siano necessarie per impedire che attrezzature e risorse finiscano nelle mani di Hamas. È questo il punto sul quale la guerra sembra aver perso ogni distinzione tra emergenza militare e condizione permanente. Israele continua a parlare di sicurezza, disarmo di Hamas e protezione dei propri cittadini, che sono esigenze reali, soprattutto in un Paese che porta ancora le ferite dell’attacco del 7 ottobre 2023. Ma la domanda che sempre più insistentemente si affaccia nella stessa società israeliana è un’altra: fino a dove può spingersi una politica di sicurezza prima di trasformarsi in una strategia senza uscita? Il 27 ottobre prossimo Israele tornerà alle urne. Saranno le prime elezioni politiche da quel 7 ottobre e, inevitabilmente, quella data peserà sulla campagna elettorale. I sondaggi più recenti fotografano un Paese politicamente diviso: secondo l’aggregazione elaborata da Reuters, nessun candidato dispone oggi di una strada certa verso la formazione di un governo. Il confronto riguarda anche il futuro di Benjamin Netanyahu, la cui leadership è contestata da settori dell’opposizione e da una parte significativa dell’opinione pubblica. E in questo confronto il 7 ottobre è diventato il principale terreno dello scontro politico. Netanyahu deve rispondere delle responsabilità politiche e istituzionali relative al fallimento della sicurezza israeliana prima dell’attacco. L’opposizione chiede da tempo una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità del governo e degli apparati di sicurezza mentre il primo ministro ha più volte scaricato le responsabilità sui vertici militari e sull’intelligence. Nelle ultime settimane è emersa una rivelazione destinata ad alimentare ulteriormente il sospetto e la polemica. Secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano Haaretz e ripresa dalla stampa internazionale, una settimana prima del 7 ottobre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente Netanyahu dell’imminenza di un’operazione di Hamas. La ricostruzione sostiene che il premier israeliano non avrebbe trasmesso l’informazione agli apparati di sicurezza né adottato misure conseguenti; l’ufficio di Netanyahu nega però che quella telefonata sia mai avvenuta. È fondamentale comunque, non trasformare un’accusa in una verità giudiziaria, visto che non esistono, sulla base delle informazioni oggi disponibili, elementi sufficienti per affermare che Netanyahu “sapesse” dell’attacco e lo abbia deliberatamente lasciato accadere. Ma proprio perché l’accusa è così grave, la questione merita un’indagine indipendente, completa e pubblica, perché in una democrazia, il modo più efficace per eliminare un sospetto non è alimentare la polemica politica, ma accertare i fatti. Intanto gli israeliani vivono questa vigilia elettorale con sentimenti tutt’altro che uniformi: per molti il 7 ottobre resta una ferita aperta, il ricordo di una giornata nella quale lo Stato non è riuscito a proteggere i propri cittadini, ed il tema della sicurezza continua quindi a essere centrale. Ma esiste anche una crescente domanda di responsabilità politica, di normalità e di uscita da una stagione di guerra che ha coinvolto Gaza, Libano e Iran. La contraddizione è finalmente evidente: Israele chiede sicurezza mentre una parte della propria società chiede conto di come quella sicurezza sia stata garantita; il governo rivendica il diritto alla difesa mentre cresce, dentro e fuori dal Paese, la contestazione sulle conseguenze della guerra a Gaza. E mentre Israele si avvicina alle urne, il governo continua anche a sostenere una politica di espansione degli insediamenti in Cisgiordania. È notizia di questi giorni l’aggiudicazione di ulteriori 2.167 unità abitative nell’area E1, ossia quella zono strategica situata tra Gerusalemme Est ed il grande insediamento israeliano di Ma’ale Adumim, portando il progetto complessivo a 3.401 abitazioni. La conseguenza di questa espansione sarebbe la rottura della contiguità territoriale tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale, tagliando di fatto in due il territorio palestinese. E la gara dovrebbe aprirsi il 25 ottobre, appena due giorni prima delle elezioni. Secondo i critici, la scelta rende più problematica la prospettiva di uno Stato palestinese, che è poi il vero obiettivo di Israele, visto che il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato che il progetto serve proprio a impedirne la nascita. Israele alla vigilia del voto appare come un Paese sospeso tra paura, orgoglio nazionale, trauma e crescente richiesta di responsabilità. Ma sarebbe sbagliato confondere Israele con il solo governo Netanyahu, così come sarebbe sbagliato confondere il popolo israeliano con le decisioni dell’esecutivo. Esiste una società israeliana plurale, attraversata da proteste, divisioni, dissensi e domande profonde sul proprio futuro, come abbiamo più volte raccontato dalle pagine di questo giornale. Il voto di ottobre non sarà quindi soltanto un referendum politico su Netanyahu; sarà inevitabilmente un giudizio sul modo in cui Israele interpreta la propria sicurezza, sul rapporto tra forza militare e diritto, sulla prospettiva di una soluzione politica del conflitto e sulla capacità dello Stato di fare finalmente i conti con il fallimento del 7 ottobre. Perché sotto le macerie di Gaza non ci sono soltanto edifici distrutti. Ci sono anche le conseguenze di una guerra che non è riuscita a trasformare la superiorità militare in una soluzione politica. E sotto le macerie del 7 ottobre, in Israele, rimane ancora una domanda alla quale nessuna campagna elettorale potrà sottrarsi: chi avrebbe dovuto vedere arrivare quella tragedia, e perché non l’ha fermata?



