di Giada Fazzalari
Che futuro ha un Paese che è indebitato fino al collo? È vero che le guerre in corso stanno creando molti danni all’economia italiana – anzitutto per il costo dell’energia – ma l’economia italiana ha problematiche endogene che non possono essere ricondotte alle sole emergenze geopolitiche in corso. I problemi dell’economia italiana sono davvero tanti. Il Pil cresce poco, e nel 2026 si attesterà sullo 0’5%. Il debito pubblico – il più alto d’Europa – ammonta a 3.138 miliardi di euro (138% rapporto debito/Pil). Il manifatturiero ha sacche di crisi molto gravi (automotive, elettrodomestici, siderurgia, ecc.). Stipendi e salari sono troppo bassi rispetto all’aumento dei costi alimentari ed energetici. Il PNRR sta esaurendo il suo sopporto extra-ordinario al prodotto interno. I giovani altamente formati e specializzati vanno all’estero. E, infine, il Paese – a esclusione dell’agroalimentare e del turismo – fatica a stare al passo con l’economia globale sul fronte dell’innovazione, dell’High Tech e dell’intelligenza artificiale. Un Paese così indebitato non può che aumentare la pressione fiscale per far fronte al Welfare State e alle spese di mantenimento dello Stato, e per onorare i tassi di interesse passivi sul debito. Il governo di centrodestra – e lo diciamo laicamente, perché l’economia è anzitutto un fatto numerico e dopo politico – non ha diminuito il debito pubblico, non ha fatto crescere il Pil e non ha ridotto la pressione fiscale. Che, anzi, è aumentata alla cifra record del 43,1%. Tutto questo sta portando il nostro Paese alle soglie della recessione e del rischio speculativo. Cosa fare, per far ripartire l’economia nel nostro Paese? Per migliorare il benessere economico e il welfare degli italiani la sola soluzione è quella di aumentare la produttività. Ma, per aumentare la produttività, è urgente la riduzione drastica del nostro debito pubblico. Infatti, solo riportando intorno al 100% il rapporto debito/Pil (e dunque riducendo di molti miliardi di euro gli interessi passivi che paghiamo sul debito) sarà possibile abbassare la pressione fiscale sulle imprese (che così potrebbero investire di più e intraprendere con maggiore fiducia) e sui dipendenti e sugli autonomi, che così avrebbero maggiore capacità di consumo. Questo determinerebbe un immediato balzo in avanti della nostra economia, perché abbiamo una classe imprenditoriale di prim’ordine, in Italia. Ma, per abbassare il debito pubblico, non funzionerebbe mai tagliare la spesa pubblica (ci provò invano il povero Cottarelli, che fu subito messo a tacere, perché in Italia lo spreco da colpire è sempre quello del vicino) o sognare illusori aumenti del Pil. Per farlo c’è solo una strada: un contributo straordinario degli italiani (attualmente indebitati pro-capite di circa 52.000 euro) con una tassa progressiva, da far pagare innanzitutto a chi possiede maggiori ricchezze e che escluderebbe chi vive nella condizione del bisogno, per rimettere in ordine i nostri conti pubblici, che ora sono a rischio speculazione. Non si tratterebbe di una patrimoniale o, peggio, di un esproprio proletario, ma di un patto di tutto l’arco costituzionale italiano per rimettere in ordine le finanze dello Stato. Ovviamente le risorse liberate dalla riduzione del debito non dovrebbero andare in spesa improduttiva o assistenzialistica, ma principalmente nella riduzione della pressione fiscale, anticamera della creazione di nuova ricchezza. Su questo il campo largo, forse, dovrebbe elaborare una proposta seria e coraggiosa, perché deve essere chiaro a tutti: andare al governo con simili finanze pubbliche disastrate non permetterà a nessun governo futuro di aumentare la spesa sociale e gli investimenti in istruzione e sanità. E a poco servono proposte dal sapore populista come tassare gli extraprofitti (la proposta ha elementi di incostituzionalità?) o ridurre la spesa per difesa, perché ormai i Paesi europei sono costretti a fare da sé senza più l’ombrello protettivo degli Usa. L’auspicio è che il centrosinistra riformista si faccia promotore di una iniziativa di unità nazionale per ridurre il debito nazionale e per far ripartire l’economia abbassando la pressione fiscale. Perché solo aumentando la ricchezza e riducendo i tassi di interesse sul debito sarà possibile prevedere forme di sostegno alle fasce più deboli e in affanno, che sono la ragione stessa della presenza in vita di forze politiche come quelle socialiste. Un contributo di scopo per far ripartire l’Italia non è esproprio proletario, ma riformismo responsabile.



